Recensione/review “Il Delitto Perfetto” |CHIAVE, TELEFONO, FORBICI

Nel 1954 il maestro Hitchcock firmò due capolavori della sua filmografia, La finestra sul cortile e Il delitto perfetto (Dial M for Murder).

Quest’ultimo film è un capolavoro di genialità e di maestria. La narrazione segue un ben architettato miscuglio di intrecci tanto che ad una prima visione è quasi impossibile seguire ogni parola e continuare a tenere un filo logico. È un film che per essere compreso fino in fondo va visto almeno 3 volte: la prima per comprendere la trama, la seconda per ammirare la recitazione e la posizione della macchina da presa (molto spesso infossata nel pavimento) e una terza visione è necessaria per ammirare appieno ogni sottigliezza stilistica e tecnica.

Seguendo un’impostazione fortemente teatrale, Hitchcock punta su una sceneggiatura forte e precisa nei minimi dettagli. Fondamentali i piccoli gesti degli attori (soprattutto quelli di Tony e dell’ispettore di polizia) e magistrale l’uso della suspence che si concretizza in due domande principali: come si svolgerà l’assassinio? E come verranno condotte le indagini? L’intera vicenda è quasi del tutto ambientata in interni, in casa Wendice, una dimora caratterizzata da un mobilio molto sontuoso, ricercato e sopraffino. Solo il telefono permette un’apertura “verso l’esterno”, addirittura funge da collegamento tra un’ambiente e un altro durante una delle scene clou di tutta la vicenda: l’assassinio. Le inquadrature erano state pensate per un film in tre dimensioni: ecco perché troviamo molte inquadrature che si incentrano sulla prospettiva e sulla differenza primo piano-secondo piano, come quando vengono inquadrati oggetti vicini fuori fuoco e in secondo piano personaggi completamente a fuoco. Il regista per sottolineare ancora di più l’oscurità che minuto dopo minuto avvolge la trama e la protagonista ha ideato un ingegnoso escamotage: chiese al costumista del film (un tale Moss Mabry famoso oltretutto per aver disegnato la giacca di James Dean in Gioventù bruciata) di vestire Grace Kelly con abiti dai colori diversi, iniziando con colori chiari per finire con colori scuri e smorti. Infatti Margot Wendice indossa nel film cinque abiti: il primo è di un bianco panna, il secondo è rosso acceso e molto elegante e provocante per l’epoca, il terzo è un completo rosso scuro, il quarto è un altro completo color grigio fumo di Londra e il quinto è un soprabito grosso e sfatto di un color marrone scuro che non sottolinea affatto le sue forme, ma anzi la avvicina più a una rifugiata che a una bella donna borghese inglese.

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Alcune inquadrature sono davvero memorabili come quella che riprende frontalmente il viso di Margot, da una parte, e dall’altra il primo piano di Tony e dell’ispettore. Dopo la domanda dell’ispettore:” signora Wendice, perché non ha chiamato la polizia dopo il fatto?”, Tony si sposta dietro l’ispettore passando dalla sua destra alla sua sinistra. È un modo sottile di condizionare la moglie. Una moglie che quando viene interrogata appare come un mostro agli occhi dello spettatore, grazie a un sapiente gioco di luci, colori ed espressioni di una Grace Kelly, qui alla sua prima collaborazione con Hitchcock. L’attore che interpreta Swann-Lesgate, Anthony Dawson, ha un viso che ricorda fortemente il cinema noir. Si può dire che il suo volto sia lo stereotipo del “cattivo brutale”, contrariamente a quello di Ray Milland che invece rappresenta, con i suoi connotati che ricordano un animale da preda, il “cattivo che agisce a livello psicologico”. In contrasto con questi due attori si pone Mark Halliday (interpretato dall’attore Robert Cummings): anche se in realtà è l’amante di una donna sposata, lo spettatore identifica in lui il “principe azzurro” che dovrà salvare la sua bella da un’accusa falsa e tendenziosa. Gli occhi dell’attore giocano un ruolo fondamentale nel definirlo un “buono”: grandi, tondi e profondi, in contrapposizione a quelli di Tony e di Swann-Lesgate.

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Di questo film Hitchcock ha detto: “Ho fatto il mio lavoro, il meglio possibile. Mi sono servito dei mezzi cinematografici per raccontare questa storia tratta da un lavoro teatrale. Tutta l’azione di Delitto Perfetto si svolge in un soggiorno, ma questo non ha alcuna importanza. Girerei altrettanto volentieri un intero film in una cabina telefonica. Immaginiamo una coppia di innamorati in una cabina. Le loro mani si toccano, le bocche si uniscono e accidentalmente la pressione dei corpi fa in modo che il ricevitore si sollevi da solo e apra la linea. Ora, all’insaputa della coppia, la centralinista può seguire la loro conversazione intima. Il dramma ha fatto un passo avanti. Per il pubblico che guarda queste immagini, è come se ascoltasse una commedia. Quindi, una scena dentro una cabina telefonica lascia a noi registi la stessa libertà che la pagina bianca allo scrittore di romanzi”.

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Recensione/review “Le verità nascoste” | NON SEI UN GRANCHE’ COME MEDIUM, COMUNQUE…

Ciao ragazzi!

Torno a scrivere sul blog dopo alcune settimane; purtroppo la sinusite e l’allergia non mi hanno risparmiato nemmeno quest’anno e sono dovuta correre ai ripari… Non riuscivo a stare al pc per più di 15/20 minuti consecutivi, ma ora è tutto passato (almeno lo spero!) e voglio parlarvi di un film del 2000 di Robert Zemeckis, “Le verità nascoste”.

Quanti di voi hanno visto questo film? Cosa ne pensate?

Io l’ho recensito anche qui:


INFORMAZIONI DI BASE

Titolo originale: What lies beneath

Regista: Robert Zemeckis

Attori principali: Michelle Pfeiffer, Harrison Ford, Diana Scarwid, Joe Morton, James Remar, Miranda Otto, Amber Valletta

Durata: 126′

Anno: 2000

Genere: Thriller, Drammatico

Sceneggiatura: Clark Gregg


RECENSIONE di LE VERITA’ NASCOSTE

Le verità nascoste è un film del 2000 di Robert Zemeckis con Michelle Pfeiffer e Harrison Ford.

Viene definito un thriller di stampo hitchcockiano e mai definizione sarebbe potuta essere più azzeccata.

La storia narra di una classica coppia americana (lui con una buona posizione lavorativa, lei a casa a fare la mogliettina) che sembra uscire da un quadretto idilliaco.

Dopo che la figlia (di lei) si è appena trasferita al college, Claire (una meravigliosa Michelle Pfeiffer) “percepisce” nella grande casa sul lago dove vive con il marito Norman, una presenza che attribuisce ad uno spirito. Non viene creduta da nessuno, sebbene la sua migliore amica cercherà di starle accanto. Vediamo la protagonista soggetta ad un cambiamento radicale durante il corso del film: con lei cambiano i suoi abiti, il suo modo di parlare, di portare i capelli, di posare lo sguardo e di interagire con le persone. Ciò può capitare quando metti in dubbio ogni cosa, soprattutto se qualcuno di molto vicino cerca di celare eventi terribili avvenuti nel passato.

Le inquadrature di Zemeckis vengono alternate in modo destabilizzante per lo spettatore: si passa dai piani lunghi o dalle figure intere ai primissimi piani. In mezzo secondo ci si trova catapultati nel bel mezzo dell’azione senza una inquadratura di transizione. Uso della soggettiva: discreto a mio avviso. La narrazione non segue un ritmo incalzante: in alcuni momenti la tempistica e la suspence sono da manuale ma subito dopo si cade in uno stato lento e quasi soporifero. Viste e riviste le panoramiche a semicerchio che danno l’idea del pensare del personaggio. Si perde la dimensione spazio-temporale grazie al montaggio discontinuo (da quando i due protagonisti escono con la barca fino a quando Claire non capisce il mistero della chiave). A poco meno di un’ora dalla fine parte della verità salta fuori…. Come riuscirà Zemeckis a tendere ancora i fili della trama per arrivare alla fine della pellicola non lesinando colpi di scena e attimi di terrore come quelli precedenti? Sembra tutto troppo sbrigativo… Invece noi siamo coscienti di ciò che accade a Claire, lo scopriamo piano piano insieme a lei. La mente necessita di tempo per ricordare, pensare e agire.

Harrison Ford mi ha alquanto deluso in questo film. Si capisce sin da subito che è un marito ca**aro patentato oltre ad essere anche qualcosa di peggio. Potremmo affermare senza distanziarci nemmeno troppo dalla realtà che Ford vive e vivrà di rendita grazie all’interpretazione di personaggi ben più famosi. Non ho sentito il “calarsi” nel personaggio come invece avviene per la Pfeiffer. Ho apprezzato molto la sua performance ed è un personaggio dinamico strepitoso.

Ho trovato curiosi alcuni parallelismi con due opere di Hitchcock (“La finestra sul cortile” e “Psyco”). Per quanto riguarda il primo film troviamo riferimenti nella prima parte del film di Zemeckis: occhi, occhiali, binocoli, l’atto di spiare… sono tutti elementi che si ricollegano al voyeur (inteso come verbo francese “guardare”). Il voyeurismo era un tema molto caro ad Hitchcock. Psyco viene invece omaggiato da Zemeckis per il nome del protagonista (Norman) e per i riferimenti continui alle docce-vasche da bagno, ma c’è di più: il modo di cadere di Claire, quando finalmente riesce ad uscire dalla vasca, è pressochè identico a quello di Marion nel film di Hitchcock. Entrambe trascinano nella loro caduta la tenda della doccia solo che Claire è ancora viva, mentre Marion non lo è. Similitudini con Psyco anche nella colonna sonora del film (nei titoli di coda).

Il giudizio complessivo di una claustrofobica come me non può che essere positivo (sono saltata dalla sedia varie volte e non riuscivo mai a guardare il fantasma, sebbene gli effetti speciali fossero ancora molto “computerizzati”), ma se c’è una cosa che non posso perdonare alla Pfeiffer è l’aver guardato in macchina a venti minuti dall’inizio del film!

Voto: 8

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Recensione/review “Red dragon” | LUNA PIENA, PERCEZIONI E IMMAGINAZIONE

Salve a tutti!

Mi scuso per essere mancata la scorsa settimana ma sto combattendo con una sinusite che non mi lascia scampo e stare davanti al pc per me è diventata un’impresa. Ad ogni modo questa settimana ce l’ho fatta e ho recensito uno dei miei film preferiti, Red Dragon di Brett Ratner: ho visto questo film almeno una decina di volte e non mi annoia mai.

Eccovi quindi la mia recensione (non a punti ma come discorso continuo). Spero vi piaccia. A breve anche il link della video-recensione! Ciao!


RECENSIONE DI RED DRAGON

Red Dragon è un film del 2002 diretto da Brett Ratner. Il film è il prequel dell’acclamatissimo Il silenzio degli innocenti di Jonathan Demme (1991). È un remake di Manhunter- frammenti di un omicidio del 1986 per la regia di Michael Mann e tratto dal libro di Thomas Harris “Il delitto della terza luna”.

Gli avvenimenti narrati si svolgono molti anni prima dell’arrivo di Clarice Starling, quando Hannibal era ancora uno psichiatra e in libertà.

È particolare il modo che il geniale dottore ha di mimetizzarsi alla perfezione tra gli individui comuni pur rimanendone sempre una spanna sopra: vuoi per acume, vuoi per pacatezza, vuoi per la ricercatezza dei dettagli. E lo studio del dottore è pieno di dettagli: dalla statuetta giapponese (Lady Murasaki?), ai lepidotteri incorniciati, allo squisito gusto generale nell’arredamento dell’interno. In un tale contesto, una scena di aggressione come quella tra Will Graham e il dottor Lecter assume dei tratti diversi dal solito, quasi poetici.

Ma sono il cambiamento e l’evoluzione a rimanere sempre i leitmotiv dell’intero film, come già avvenuto con la pellicola di Demme. Hannibal stesso nomina l’evoluzione a proposito del “lupo mannaro” e lo stesso Dolarhyde (un serial killer perfettamente interpretato da Ralph Fiennes) dice in una lettera indirizzata al cannibale: “quel che conta è ciò che sto diventando”.

Jame Gumb (il serial killer de Il silenzio degli innocenti) e Dolarhyde si differenziano per alcuni aspetti: Gumb stava “diventando sempre più bravo nel suo lavoro, per questo non si sarebbe mai fermato”; Dolarhyde invece grazie (o a causa di ) Reba arriva addirittura a mangiare la stampa che raffigura l’entità alla quale egli sacrifica le sue vittime: il drago rosso. Entrambi vogliono trasfigurare le proprie vittime in modo da ottenere un tornaconto basato sull’evoluzione: Gumb cuciva la pelle delle giovani donne per “trasfigurarsi” e vestire letteralmente i panni di una donna; il signor D. vuole essere ammirato dalle sue vittime con gli occhi “resi vivi” dai frammenti di vetro all’interno. Si crea il suo pubblico dinanzi al quale può mostrare la sua potenza da drago rosso.

In confronto a personaggi di un calibro così potente, sembra quasi che l’agente dell’FBI Will Graham (protagonista solo nominale della pellicola) se ne stia in disparte: possiamo affermare che egli opera in un contesto già di per sé ottimamente definito, abitato da menti perverse, dove anche le sue percezioni “da killer” e la sua affinità naturale con gli assassini sono posti in secondo piano. Senza poi menzionare un Jack Crawford (Harvey Keitel sprecato per questo ruolo) che sembra essere un poliziotto “esecutore” e costantemente alle dipendenze delle intuizioni di Will.

Ho notato con piacere che l’album dei ricordi (o se vogliamo il diario) di Dolarhyde è un elemento che viene ripreso molte volte nel film: nei titoli di testa e come elemento con una funzione ben precisa: mostrare (addirittura prima di aver mostrato il viso del serial killer) le intenzioni, i successi e l’ammirazione che il signor D. prova nei confronti di Lecter. Il paragone con Misery non deve morire è stato sin troppo diretto: tenere pezzi di giornale come trofei delle proprie azioni è un rito che accomuna molti killer seriali cinematografici e non. Lecter non aveva tempo per questo: era troppo impegnato a mangiare le sue vittime per poter tenere qualcosa che gli ricordasse quegli atti di epurazione dei maleducati dal mondo.

È proprio questa la particolarità del dottore: azioni bestiali che si celano dietro un uomo calmo, assolutamente elegante, ricco di stile e di savoir-faire. Ma soprattutto calmo. È ciò che nei film (anche nel sequel Hannibal di Ridley Scott) destabilizza maggiormente lo spettatore. Non me ne vogliano gli appassionati del genere e dei film sopracitati, ma quando entra in scena Hopkins il resto si eclissa. Non importa più la fotografia che privilegia i toni freddi e le luci dure, il montaggio efficace o le dissolvenze incrociate. Arriverò a dire che non importa nemmeno più l’interlocutore di Hannibal nella scena perché ciò che ci si aspetta è solo la sua battuta, solo capire dove il dottore voglia andare a parare e in che modo voglia farlo e si continua a seguire la pellicola con un solo pensiero: quando tornerà in scena Hopkins? Tornerà, non vi preoccupate. Se non altro, almeno per chiedere il nome di una giovane recluta dell’FBI venuta a fargli qualche domanda.

Siete d’accordo con me? Vi destabilizza anche a voi lo psichiatra più famoso della storia del cinema? Fatemi sapere con un commento qui sotto!

A presto!

Irene

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Recensione/review “Wild” | PERDERSI E RITROVARSI

Buongiorno a tutti e Buona Pasqua, Pasquetta bla bla bla… Tanto sono tutte scuse per mangiare, vedere gli amici e i parenti e sbafarci di cioccolata a più non posso! Yeeeeeeeeah!

Questa settimana ho voluto provare a sperimentare un diverso approccio al mio solito modus operandi. Quella che vi appresterete a leggere è una recensione strutturata come discorso con un’introduzione, un corpo e una conclusione.

Non è il mio solito modo di analizzare un film, ma ho voluto provare perchè amo sperimentare ed ero curiosa di cimentarmi con qualcosa che per ora non mi è familiare.

Vi lascio come sempre il link della videorecensione e del sito sul quale ho pubblicato questa recensione:

Red Apple Cinema Club

Iniziamo come sempre dalle

INFORMAZIONI DI BASE

Titolo originale: Wild

Regista: Jean-Marc Valée

Attori principali: Reese Witherspoon, Laura Dern, Gaby Hoffmann, Michiel Huisman, Charles Baker, Thomas Sadoski

Durata: 115′

Anno: 2014

Genere: Drammatico, Biografico

Sceneggiatura: Nick Hornby


Wild, il nuovo film di Jean Marc Valée, regista dell’acclamato Dallas Buyers Club racconta di perdersi e ritrovarsi.

Di come una giovane donna si sia persa nel bosco del dolore, della sofferenza, del sesso occasionale e delle droghe (quell’eroina iniettata nel piede ha contribuito ad una massiccia dose di realismo che permea tutto il film).

Gli ultimi due film del regista canadese hanno alcuni punti in comune come i baratri che entrambi raggiungono e il coraggio estremo che hanno nel compiere il loro percorso (di redenzione per Cheryl e di miglioramento psico-fisico per il Ron Woodroof del Premio Oscar Matthew McConaughey). Ma ciò che lega indissolubilmente le due pellicole è l’estrema dose di durezza e asprezza che caratterizza entrambe le storie: droghe, siringhe, lividi, crisi d’astinenza e dipendenze sono i mezzi usati per colpire l’animo dello spettatore.

Cheryl inizia il suo viaggio attraverso il PCT, acronimo di Pacific Coast Trail, dopo aver quasi buttato alle ortiche la sua intera esistenza. Il dolore per la perdita della madre a causa di un tumore l’ha portata a rifugiarsi in baratri che non sono facili da risalire. E nulla ha potuto fare nemmeno il suo ex marito che lei ha tradito ripetutamente quasi come se fosse in un caleidoscopio di autodistruzione e perdizione.

Quando la protagonista intraprende il suo percorso (nominarlo solamente “viaggio” sarebbe troppo riduttivo) ha perso quasi tutto: le rimangono solo l’amica di sempre, che continuerà a spedirle i pacchi durante le tappe del PCT e una strana relazione amicale con il suo ex marito.

La crudezza e il realismo che traspaiono dal film risultano evidenti già nella prima scena nella quale la protagonista a causa degli scarponi troppo stretti perde un’unghia. Sangue e urla non mancano. E durante tutto il film sul corpo di Cheryl iniziano a comparire in modo via via più visibile i segni dei lividi e delle ecchimosi dovuti al peso dello zaino. Cheryl si stupisce quando le viene rivelato che gli scarponi non sono progettati per far del male al piede, come se si aspettasse un gioco al massacro invece di uno strumento per escursioni. Tutto questo ricorda quasi un rito di purificazione, come se la protagonista debba per forza soffrire in quel modo e non se ne debba mai lamentare. Il percorso di Cheryl è segnato da molti eventi sebbene il film in sé per sé possa apparire lento in alcuni punti ad un occhio mainstream.

Nel percorso che “può smettere quando vuole” Cheryl incontrerà altri escursionisti più esperti di lei che poi molleranno; si troverà faccia a faccia con due cacciatori che lasceranno andare la loro “preda”, sebbene uno dei due sia molto riluttante nel farlo; e alla fine riuscirà (dopo 106 minuti di film) a piangere per la devastante perdita della madre, tornatale alla mente in modo così violento dopo aver sentito cantare un bambino che stava facendo un’escursione con la nonna ed il suo lama.

Il bosco di Cheryl è costellato di ostacoli, di avversità e di piccole conquiste (memorabile il suo urlo alla natura dopo essere riuscita ad accendere il fornelletto). La protagonista ci permette di entrare nella sua dimensione più intima: grazie ai continui monologhi interiori i pensieri di Cheryl sono esternati a tutti. Ma lo spettatore sa già che Cheryl arriverà, sa già che la protagonista ce la farà a mettere da parte la sua vecchia vita per costruirsene una nuova.

La volpe che appare tre volte nel film, nei momenti salienti del suo percorso è un simbolo che richiama la conversione, il cambiamento, il passaggio.

Mai come in questi primi mesi del 2015 il cinema internazionale è costellato da biopic: da “La teoria del tutto” a “The imitation game” a “Big Eyes”. Wild racconta la vera storia di Cheryl Strayed e tutte le canzoni che si possono ascoltare nel film sono i pezzi che hanno un significato particolare nella vita della vera Cheryl.

Se da una parte troviamo una natura che lascia lo spettatore inchiodato alla sedia e l’estremo realismo di alcune scene (tra le quali la protagonista che mangia una piccola parte delle ceneri della madre), dall’altra la sceneggiatura non aggiunge nulla di significativo alle immagini, anzi a volte pecca di didascalicità. James Michener, Emily Dickinson, Flannery ‘O Connor sono solo alcuni degli autori citati nella pellicola.

Menzione a parte merita Reese Witherspoon che ha saputo dare un taglio estremamente vivido e conciso al suo personaggio. Qui in veste di produttrice, oltre che di attrice, la Witherspoon per questo ruolo è stata candidata all’Academy Awards (andato poi a Julianne Moore) e ai Golden Globes (vinto sempre dalla Moore).

Meravigliosamente spiazzante la perfomance di Laura Stern che interpreta la madre di Cheryl nei continui flashback non cronologici che sono presenti in tutto il film in un bilanciamento perfetto passato/presente.

Wild riesce quindi a penetrare nello spettatore con la stessa semplicità, caparbietà e durezza della protagonista che presenta. La via verso il cambiamento è enfatizzata dal cammino percorso: la stessa Cheryl suggerisce al fratello di camminare un po’ogni giorno e si augura di walk myself back to the woman my mother tought I was (trad. “tornare ad essere la donna che mia madre pensava che fossi”). Riuscendoci.

Voto: 8½ / 10

 

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Recensione/review “Shutter Island” | E’ LI’ CHE CREANO I FANTASMI

Ciao ragazzi! Sembra che questo sia il mese delle “prime volte” perchè oggi per la prima volta recensirò per voi il mio primo Scorsese! Ho scelto Shutter Island sotto suggerimento del mio amico e youtuber Simone Martinelli, con il quale collaboro per questa nuova recensione. Ma per ora non vi svelo di più! Vi lascio qui sotto il link della videorecensione

Iniziamo! (ATTENZIONE CONTIENE SPOILER!)

TRAMA

Edward “Teddy” Daniels è un agente FBI chiamato a indagare su un caso di sparizione di una donna da Shutter Island. L’intera isola ospita un ospedale adibito alla cura di criminali malati di mente. Teddy, aiutato dal suo partner Chuck verrà avvolto da un’atmosfera imprevedibile popolata da psichiatri inquisitori e pazienti pericolosamente folli, dove niente è ciò che sembra. Non c’è approdo sicuro in mezzo alla tempesta.


INFORMAZIONI DI BASE

Titolo originale: Shutter Island

Regista: Martin Scorsese

Attori principali: Leonardo Di Caprio, Mark Ruffalo, Ben Kingsley, Michelle Williams, Emily Mortimer, Patricia Clarkson, Max von Sidow, Ted Levine

Durata: 137′

Anno: 2010

Genere: Thriller

Sceneggiatura: Laeta Kalogridis


REGIA e SCENEGGIATURA

Connotazione spazio-temporale – Boston Harbor Island, 1954.

Flashback della moglie di Andrew/Teddy.

I due agenti federali vengono portati al complesso centrale come se fossero due prigionieri (personale armato dietro e tutto intorno a loro).

Panoramiche a schiaffo per inquadrare i diversi padiglioni. Molto simile alla visione umana quando segue l’indicazione di qualcuno oppure quando si è nervosi o in attesa di un pericolo.

Tutti gli inservienti sono persone di colore (o comunque non di razza caucasica) e tutte le infermiere sono invece “bianche”.

Il cancello, le porte, i muri di cinta sono elementi ricorrenti: danno la sensazione claustrofobica della “trappola”.

Andrew/Teddy ha i primi sintomi di “emicrania”. I collegamenti mentali alla vista della foto di Rachel iniziano a sviare lo spettatore. Iniziano a sovrapporsi troppi livelli di ricordi diversi.

Il GIOCO DI RUOLO: il gioco di ruolo che faceva “Rachel” all’interno del gioco di ruolo di Andrew/Teddy. Cervellotico forte!

La stanza “ricreativa” dei malati mi ha ricordato un’altra stanza simile: quella che si vede in Qualcuno volò sul nido del cuculo. In entrambi alcune persone giocano a poker intorno a un tavolo.

Flashback nella stanza del capitano delle SS. La musica e la coreografia dei fogli che danzano tutt’attorno rendono molto “onirico” il ricordo di Andrew/Teddy.

Il movimento della camera dovuto alla tempesta trascina ancora meglio lo spettatore nell’illusione che la tempesta stia diventando qualcosa di più grande, tipo un uragano.

Panoramica sulle SS che cadono come tessere di un domino sotto gli spari dei soldati americani.

Climax ascendente quando Chuck/dr.Shehaan parla di Rachel Solando e della presunta operazione governativa. Lo score va intensificandosi piano piano, la porta si spalanca con un tonfo ed ecco ancora la luce bianca!

Il fumo di sigarette è un ulteriore elemento-metafora che esprime la “confusione”, la “destabilizzazione delle reali intenzioni” (lo si vede spesso attorno a Andrew/Teddy ma soprattutto a Cawley, infatti il personaggio interpretato da quest’ultimo è fortemente ambiguo).

Suggestiva e accattivante l’inquadratura della Rachel Solando numero 2 quando descrive le procedure barbariche operate dai dottori sui pazienti. In primo piano, sfocata, ogni tanto guizza una lamella di fuoco del falò.

“è lì che creano i fantasmi”. Potente ossimoro: rende l’idea nonostante l’idea stessa di creare un fantasma sia impossibile.

Le inquadrature vicino alla scogliera mi fanno venire le vertigini.

Il faro è il simbolo dell’illuminazione, dell’indicare la via giusta ai naviganti, quindi non è un caso se il nodo della trama si scioglie proprio in questo luogo e il “colpo di scena” avviene proprio dentro al faro.

Finale aperto: è guarito e fa finta per essere lobotomizzato e dimenticare tutto o è regredito e tornato nel suo mondo-fantasia? Io credo la prima ipotesi e penso se ne sia accorto anche il Chuck/dr. Shehaan dopo che Andrew/Teddy gli chiede se sia meglio morire da uomo per bene o vivere da mostro.


FOTOGRAFIA

Nell’inquadratura dell’isola ci sono tutti colori freddi, dal grigio al verde muschio all’azzurro scuro del mare. Tutto per dare sensazioni “da brividi”.

LAMPI di luce bianca accecante quando si sta per manifestare un’allucinazione o quando Andrew/Teddy viene assorbito attivamente dal “suo” mondo.

Luce al centro della stanza quando è stata ritrovata Rachel Solando. Nessuno dei personaggi si trova sotto il cono di luce, sono tutti ai lati della stanza.

È prevalente la luce dall’alto (padiglione C).

L’unico momento in cui c’è il sole sull’isola è la fine del film, quando la “violenza” è stata sconfitta dall’ “ordine morale”, dopo la decisione di Andrew/Teddy di farsi lobotomizzare.


MONTAGGIO

Strano montaggio: nella 1° inquadratura Andrew/Teddy guarda verso il mare, nella seconda sta guardando il suo partner. Errore o cosa voluta?

È come se ci fossero due punti di vista grazie al montaggio: il punto di vista di Andrew/Teddy e quello di tutti gli altri.

Il BICCHIERE D’ACQUA è sparito dalle mani di Andrew/Teddy quando sta prendendo una medicina nello studio di Cawley….. questo non può trattarsi di un caso di montaggio sbagliato.

Di nuovo il BICCHIERE d’ACQUA (in questo caso quando il signor Breene parla dell’infermiera del padre).

Il BICCHIERE d’ACQUA della signora Kearns NON C’è quando lei beve, ma poi poggia un vero bicchiere vuoto sul tavolo!


SCENOGRAFIA  e LOCATION

Location

Il film è stato girato in Massachussets e nel Maine. Shutter Island in realtà è Peddocks Island.

Inquietudine che diventa paura: l’inquadratura dell’isola con lo score terrificante in sottofondo dà un’ottima visione del concetto di ISOLA DELLA PAURA. Per di più le condizioni atmosferiche annunciano tempesta. 

Scenografia

La cornice di pietra intorno al cancello ha elementi architettonici che richiamano il gotico, ma la mia impressione d’impatto è stata paragonarla all’ingresso di un campo di concentramento (forse anche a causa del filo elettrificato tutto intorno). Anche le lampade esterne mi ricordano molto quelle nei lager.

La vetrata dalla forma ad occhio (nella cappella dove Andrew/Teddy e il suo partner si riparano per la pioggia) dà l’idea di una costante sorveglianza anche al di fuori dei tre padiglioni.


COSTUMI

I costumi cambiano: dagli abiti “civili” si passa alle divise di inservienti. Nessuno direbbe che Andrew/Teddy sia un agente dell’FBI. È come se si stesse “conformando” al modus vivendi della clinica, come se la clinica lo stesse “assorbendo”.

Cravatte dalle fantasie e dai colori alquanto discutibili. 🙂


COLONNA SONORA e AUDIO

Dissolvenza audio quando si parla del dottor Cawley à Andrew/Teddy non sta più prestando attenzione ma si sta concentrando su una donna con pochi capelli, occhi acquosi e un’immensa cicatrice sul collo.

Uno degli score assomiglia tantissimo a uno score che ho già sentito in Harry Potter e il Calice di Fuoco.

La musica che fa aumentare la tensione finisce proprio quando Andrew/Teddy apre la porta del faro… strana scelta poiché se io avessi voluto far salire la tensione ancora di più l’avrei lasciata. Ma devo ricredermi: il soffio del vento e il respiro del protagonista mi mettono i brividi più della colonna sonora.


CONSIDERAZIONI PERSONALI, ERRORI e VARIE

Considerazioni personali

Sulla nave ci sono delle catene con manette che pendono dal soffitto. Inquietanti

Durante la prima visione presto molta attenzione alle parole di Andrew/Teddy perché sono convinta che è un agente dell’FBI in corso di indagine. Durante la seconda visione mi fa pena, sapendo che in realtà è un malato di mente affetto da disturbo dissociativo della personalità.

ACQUA: siamo su un’isola, quindi siamo circondati d’acqua, per di più con una tempesta che occupa quasi tutto il film; l’acqua infastidisce Andrew/Teddy durante lo spostamento in traghetto; i bambini sono stati affogati dalla madre; Cawley dice che Rachel è come se fosse “evaporata”.

Il direttore Warden è impersonato dall’attore Ted Levine, lo stesso che interpretò Buffalo Bill ne “Il silenzio degli innocenti”.

Forse la bomba all’idrogeno può essere paragonata a un disturbo mentale: implode dall’interno.

Mio dio che schifo la scena dei topi. Spero per Di Caprio che fosse un fotomontaggio….

Questo film mi conferma sempre di più la mia convinzione che i disturbi mentali, soprattutto quelli seri e gravi colpiscono soprattutto persone intelligenti e bene istruite. Certi ragionamenti cervellotici come il paradosso kafkiano non possono essere appannaggio di menti “semplici”.

Post-conversazione tra direttore della clinica e Andrew/Teddy: la violenza è data da Dio, la tempesta simboleggia la violenza, la violenza è insita nell’uomo. Se la violenza ha come opposto l’ordine morale, a Shutter Island non c’è ordine morale. Se Shutter Island è la metafora del cervello umano, allora il “cervello” è circondato completamente dalla “tempesta” quindi nel “cervello” c’è “violenza” e non “ordine morale”.

Altri film in cui è presente il Disturbo Dissociativo della Personalità: Psycho, Secret Window, Fight Club, Il cigno nero.

Errori

Quando nel flashback del ricordo, Andy/Teddy tira fuori i figli dall’acqua e li adagia sul prato, toglie la scarpa a sua figlia e la punta del sandaletto rosso è verso la bambina, ma nell’inquadratura successiva la punta è verso il lago.

Varie

“Il vero ostacolo alla guarigione era il rifiuto di accettare quello che aveva fatto”.

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Recensione/review “L’uccello dalle piume di cristallo” | DULCIS IN FUNDO

Salve ragazzi!

Sono tornata al mio unico e imperituro amore: Dario ARGENTO! Ogni tanto devo tornare a vedere e a recensire qualche suo film… Mi fa sentire “a casa”. Non so se provate questa sensazione con qualche film. Io la provo con i suoi e con qualche altro film. Devo dire che comunque le particolarità del film e i motivi per i quali mi ha fatto più terrore rivederlo si trovano tutti nella parte finale (ecco spiegato il titolo della recensione)

Opera prima del maestro Argento, “L’uccello dalle piume di cristallo” ha visto la luce in un modo abbastanza avventuroso: Argento l’aveva scritto perchè all’epoca era solo sceneggiatore, ma man mano che compiva la stesura sentiva che non avrebbe potuto dirigerlo nessun altro se non lui… E solo con la Titanus trovò una società di produzione che gli permetteva la regia e che credette (almeno all’inizio) nel suo lavoro. Quando uscì lo fece un po’ in sordina. Dario e il padre Salvatore lo andarono a vedere segretamente due o tre volte e rimasero sconvolti quando videro la coda di persone che volevano andarlo a vedere! Ma Argento in patria non è mai stato completamente capito e apprezzato. Anche per questo motivo voglio stimolare una discussione su quello che è uno dei film più paurosi che io ricordi. Non sono riuscita a recensirlo dopo una certa ora e non da sola a casa. Per me è stata una settimana agghiacciante da questo punto di vista!

Ora vi lascio la videorecensione e più sotto troverete la recensione completa scritta:


TRAMA

Sam Dalmas, scrittore statunitense, per rinverdire la sua vena creativa decide di trascorrere un periodo in Italia (“un paese dove tanto non succede niente”). Dopo aver assistito all’aggressione della proprietaria di una galleria d’arte, Sam si troverà a fare i conti, suo malgrado, con un assassino che uccide solo giovani donne. Questi eventi tenteranno di strappargli via tutto, dalla sanità mentale alla sua fidanzata, Giulia.


INFORMAZIONI DI BASE

Titolo originale: L’uccello dalle piume di cristallo

Regista: Dario Argento

Attori principali: Tony Musante, Suzy Kendall, Enrico Maria Salerno, Eva Renzi, Umberto Raho, Renato Romano, Mario Adorf

Durata: 93′

Anno: 1970

Genere: Giallo, Thriller, Horror

Sceneggiatura: Dario Argento


REGIA e SCENEGGIATURA

Ottima apertura: il nostro assassino dalle mani guantate di pelle nera scrive alla macchina da scrivere e lo spettatore “va a curiosare” su quella noticina piccolina. Atmosfera noir con la sola luce da tavolo come fonte di illuminazione.

Sfondo nero – urlo di donna – giornale titolato col terzo omicidio di ragazza in un mese.

Il dettaglio mancante, l’impressione del protagonista di non riuscire a mettere a fuoco qualcosa di importante. Mi sembra di aver già visto questa struttura narrativa… In profondo rosso 🙂  Come in profondo rosso entrambi i protagonisti sono bellocci, stranieri e hanno a che fare con le arti (Mark è pianista e Sam scrittore)

“Ci troviamo davanti a un pazzo lucido” gran bell’ossimoro.

Astuzia del protagonista: tirare qualcosa per vedere se il marito di Monica sia mancino o destro. È mancino e già siamo portati a sospettare di lui.

Soggettiva alle corse dei cavalli. L’assassino è in agguato.

IRONIA: la scena dell’antiquario gay con Sam che indietreggia ogni volta che il padrone del negozio si fa troppo “avanti”.

Zoomate in avanti molto veloci. Sottolineano soprattutto gli sguardi.

Con la quarta ragazza la suspence raggiunge un livello tale che ho dovuto stoppare un attimo il film per calmarmi.

Dettaglio dell’interno della bocca e del sangue della quarta vittima. L’assassinio in sé per sé non viene mostrato. È terrificante però vedere come si arriva al delitto.

Monologo interiore: “Ma che mi sta succedendo? È diventata un’ossessione ormai”.

IRONIA: scena con il Filagna. Prima nega poi dice, poi nega un’azione, poi la compie.

Ottima caratterizzazione del pittore Consalvi: ricorda un vecchio orso, fisicamente e caratterialmente.

Di ottimo effetto l’inquadratura di Sam e Giulia in primo piano e in secondo piano il candelabro ancora conficcato nella vetrata. Dà l’idea del pauroso evento passato che però riecheggia anche nella situazione di calma.

Un tantino maccheronica la ripresa della caduta di Ranieri, ma erano pur sempre gli anni 70…

Falso scioglimento dell’intreccio. Capiamo che è falso perché ricomincia la musica extradiegetica e ci mette subito sull’ altolà chi va là: Sam si sta rendendo conto che forse Giulia è in pericolo.

CORRIDOIO: presente nell’opera prima del maestro Argento come ulteriore elemento di inquietudine e aumento di tensione.


FOTOGRAFIA

Ottimi i contrasti luce/ombra come avviene nella scena della casa del pittore. Egli necessita di luce per dipingere ma il resto del tempo lo passa nell’ ombra.

Quando Giulia è sola in casa, aspettando il ritorno di Sam prima della partenza per gli USA e sta prendendo un caffè c’è qualcosa di inquietante nella luce. Non è un chiaroscuro, ma un effetto di luce e ombra che ottiene uno scopo preciso: sollevare inquietudine.

È interessante l’ora del giorno in cui avviene il rapimento di Giulia: è il crepuscolo che secondo alcuni poeti sarebbe il momento più pauroso e misterioso di tutta la giornata.

Fotografia eccellente quando Sam entra nel “covo”… inquadratura nera e solo la porta viene illuminata da un debole fascio di luce. Può spuntare chiunque da qualunque parte.

Continua la fotografia magistrale: solo la porta aperta da Sam (dopo aver scoperto l’assassino) è illuminata. Tutto il resto è sfondo nero.Fin quando non si capisce che siamo all’interno della galleria d’arte. Il cerchio si è chiuso.

MONTAGGIO

Fermi immagine simil-fotografie: qualcuno sta scattando delle foto ad una ragazza.

Cambio scena: l’assassino mostra il suo set da omicidio e il panno rosso con il quale pulisce il coltello fa risaltare quest’ultimo ancora di più. Capiamo che si sta preparando a uccidere la ragazza che prima fotografava e sulla cui foto ha scritto il numero 3.

I ricordi di Sam si sovrappongono. I pezzi di avvenimenti si mescolano per trovare il punto di messa a fuoco. Argento compie un montaggio alternato mostrando il volto del protagonista intervallato da flashback con alcuni brevissimi fermi immagine.

Mentre Giulia legge della prima vittima vengono mostrate spezzoni di foto in bianco e nero delle gambe delle vittime con le calze abbassate. La seconda vittima dalle foto della faccia sembra una bambola: gli occhi vitrei sono un elemento di grande disturbo.

Dissolvenza dal poster al vero quadro e zoom indietro. L’assassino sta guardando il quadro. Me la sono fatta sotto. Grazie anche alla musica che è più inquietante quando appare l’assassino di spalle.

Montaggio non proprio del tutto fluido soprattutto in situazioni di “azione” (ad esempio quando la scorta di Sam viene investita dalla macchina).

Montaggio che mostra le scale con tagli veloci come per canalizzare l’attenzione dello spettatore su particolari che assumono sinistri significati avvalorati dallo score musicali.


COSTUMI

Monica è vestita di bianco (colore che si associa alla vittima) e l’altra sagoma di nero (colore che si associa al carnefice)

Nei costumi è usato spesso il giallo per la parte superiore (nel caso di Giulia e del killer con la giacca gialla).

Anche Mark di Profondo Rosso è vestito come Sam. Pantaloni bianchi e camicia scura.


LOCATION e SCENOGRAFIA

Il film è stato girato in Italia e in quella che un tempo era la Germania Ovest. Le riprese in Italia sono state effettuate a Roma.

Le sculture all’ interno del museo sono davvero inquietanti. Credo risaltino ancora meglio grazie all’ambiente bianco che le circonda.

Credo che il cinema dove proiettano “La donna scarlatta” sia il cinema Barberini. Potrebbe essere dato che nell’inquadratura precedente siamo a via Bissolati, vicina al cinema appunto. Il film di Jean Valere uscì nel 1969.

Il loft della coppia è arredato in modo molto variegato: elementi pop miste a sculture (come l’uomo di spalle vicino al loro letto). Sono presenti in prevalenza il giallo, l’arancione e i colori caldi (poster, angolo cottura, tovaglia sul tavolino).


COLONNA SONORA e AUDIO

La colonna sonora del film è stata scritta da Ennio Morricone.

La colonna sonora di Morricone mi ricorda vagamente i suoi lavori nei film spaghetti-western.

Gli score sono essenziali come in ogni film di Argento: vengono piazzati ad arte, per preparare lo spettatore alla scena che sta per vedere (paurosa, d’amore, ironica).


CONSIDERAZIONI PERSONALI, ERRORI e VARIE

Considerazioni personali

L’uomo con la faccia appiccicata al vetro mi ha fatto saltare dalla sedia… ogni volta succede!

Sadomasochisti, esibizionisti, sodomiti sono dei reati di PERVERSIONE. E siamo già negli anni ’70.

Un QUADRO: similmente a Profondo Rosso abbiamo un quadro che fa da legante all’interno della storia. Solo che qui il quadro è evocativo, in Profondo Rosso il quadro maschera Marta quindi la nasconde. Qui tira fuori la follia di Monica.

Quando cade il braccio del killer-pugile mi sono sentita male dalla paura.

L’amico del protagonista si chiama Carlo, come in Profondo Rosso.

Penso che la tensione sia al limite del sopportabile da dopo la telefonata di Sam a Giulia. Ho dovuto stoppare varie volte perché avevo le palpitazioni. Che recensione sofferta! Sebbene Profondo Rosso sia più equilibrato nella paura e nelle scene, questo primo film di Argento non avendolo visto così tante volte come Profondo Rosso, mi sta toccando molto di più nel profondo.

Monica gioca come il gatto con il topo con il povero Sam bloccato dall’enorme scultura.

Errori

Come può Monica non aver perso molto sangue se ha una ferita all’ addome? é una delle parti più irrorate di sangue del nostro corpo.

Nel primissimo piano degli occhi di Sam quando è allo zoo e riconosce la casa di Ranieri c’è qualcosa che non va. Sam sta parlando e per come è inquadrato dovrebbero muoversi dei muscoli facciali (dato che sta parlando) che invece rimangono fermi. Quindi è un primissimo piano con un montaggio audio della sua voce, come se fosse un pensiero. Ma è comunque sbagliato, perchè la gente agisce come se avesse sentito ciò che ha detto, mettendosi a correre verso casa di Ranieri.

Varie

Essere intrappolato in una gabbia di vetro e vedere dall’altra parte una donna vestita di bianco in pericolo di vita è stato un sogno di Argento(è il regista stesso a confessarlo nella sua autobiografia “Paura” edita da Einaudi).

“Vai in Italia, hai bisogno di pace, di tranquillità, è il paese della poesia. Non succede mai niente in Italia!”

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Recensione/review “Big Eyes”|LA GRANDE BUGIA DELLA DONNA AZZURRA

Ciao ragazzi! Siete pronti per la mia primissima recensione di un Tim Burton? Di certo è un film che si discosta dalle atmosfere dark alle quali il regista ci ha abituato sin dagli esordi, ma ho trovato Big Eyes un film molto interessante e non il solito biopic. Dai colori, alla sceneggiatura questo film risulta estremamente bilanciato e un vero piacere per gli occhi (passatemi il gioco di parole con il titolo!)

Vi lascio alla recensione completa, ma prima la video-recensione:

Iniziamo


INFORMAZIONI DI BASE

Titolo originale: Big Eyes

Regista: Tim Burton

Attori principali: Amy Adams, Christoph Waltz, Danny Houston, Jon Polito, Krysten Ritter, Jason Schwartzman, Terence Stamp

Durata: 105′

Anno: 2014

Genere: biografico, drammatico

Sceneggiatura: Scott Alexander, Larry Karaszewski


TRAMA

Margaret è una pittrice separata con una figlia da mantenere. Le sue opere ritraggono principalmente orfani dai grandi occhi. Margaret è una donna ingenua e debole a tal punto dal convincersi che dare il merito del suo talento al nuovo marito, Walter Keane, sia la cosa più giusta per riuscire a mantenere sè stessa e sua figlia Jane. Ma certe bugie logorano dentro e quei grandi occhi dipinti “spronano” la protagonista ad uscire allo scoperto.


 

REGIA e SCENEGGIATURA

Quadro di apertura con la scritta “based on true events”.

Dettaglio estremo di un colore su una tela… zoom lentissimo indietro e capiamo che è un occhio disegnato.

Primissimi piani di macchine copiatrici che stampano poster del quadro della bambina col vestito azzurro.

Dettaglio sul copyright Keane (©KEANE).

Quadro di testo con citazione di Andy Warhol: “Penso che ciò che abbia fatto Keane sia eccezionale. Deve essere buono. Se non lo fosse stato, non sarebbe piaciuto a tante persone”.

Piano lungo iniziale di un sobborgo americano negli anni ’50. Contestualizzazione temporale grazie al sottotitolo Northern California, 1958. Questa inquadratura mi ricorda vagamente gli esterni del sobborgo di “Edward mani di forbice”.

Narratore extradiegetico (poi scopriremo che è il giornalista amico di Walter Keane).

Bella metafora: “il signor Ulbrich non rientra nel quadro”.

Regola dei tre terzi nell’ inquadratura che vede Margaret e Walter dipingere di spalle e davanti a loro un laghetto con un grande monumento ad arcate beige.

Durante la scena di seduzione tra Walter e Margaret a casa di quest’ultima troviamo nell’ inquadratura uno schizzo della bambina con un occhio nero sfumato. Metafora su Margaret: ha un solo occhio aperto per vedere chi realmente ha davanti: non ha ancora capito la vera natura di Walter. È  come se fosse mezza accecata.

“Walter Keane non era un uomo sottile, ma la sottigliezza non vende”. La voce extradiegetica del giornalista conferma la genialità promozionale e pubblicitaria di Walter.

Inquadratura di Margaret di spalle in secondo piano che ha una discussione con Walter che inizia a prendersi il merito dei “big eyes”. Curioso che in primo piano ci sia il quadro di Margaret che raffigura una trovatella con il viso che si vede a metà, come se fosse costretta a nascondersi.

“Lo vuoi un inverno caldo? Aiutami!”. Questo sfruttamento mi fa venire voglia di sbattergli la testa al muro più e più volte. Ottima interpretazione di Waltz. Si fa odiare per la melensaggine e la brama leziosa che trasmette al suo personaggio.

Margaret ha preso una lattina di zuppa di pomodoro Campbell. Il soggetto della lattina diventerà famosissimo negli anni ’60 grazie a Andy Warhol.

Nel supermercato i “big eyes” perseguitano Margaret, come a volerla spingere a uscire fuori, a dire la verità o più semplicemente ad essere sé stessa.

Split screen con i ritagli di giornali e le foto riguardanti il successo di Walter Keane.

Ottimo l’uso di pezzi di repertorio dell’Esposizione Universale di New York.

L’occhio di Walter alla porta dà una sensazione di paura e angoscia, così diverso dai “big eyes” che suscitano pietà e compassione.

Quando Margaret guida alla volta delle Hawaii i suoi occhi alla penombra della macchina sembrano molto più grandi. Quando passano le macchine in senso opposto e le illuminano il viso tornano ad essere della loro misura naturale.

Nei titoli di coda figurano i veri Walter e Margaret, quest’ultima con la attrice che la impersona, Amy Adams.


FOTOGRAFIA

Tutti i colori, dal cielo, ai vestiti, alle case, agli oggetti gridano vivacità, vividezza e vitalità!

Il color acquamarina è onnipresente nel film (vedere nel particolare le sezioni “costumi” e “scenografia”).

Nella galleria d’arte di Ruben troviamo colori molto basic, sia nei costumi che negli arredi (scala di grigi, neri e bianchi) contrariamente ai quadri di Margaret.

All’ interno del locale i quadri vengono esposti su pareti rosse, il colore che più di ogni altro richiama l’attenzione e inconsciamente trasmette positività a chi lo osserva.

Mi piace molto come filtra la luce nell’ atelier di Margaret… un fascio caldo, soffice e che induce alla serenità d’animo.

La luce dall’ alto che illumina il critico d’arte in tv gli conferisce un tono da maestro supremo, da eccelso oratore, come se fosse qualcuno il cui giudizio non può essere contrastato.

Strepitosa la scena di Jane che entra nello studio della madre e il riflesso della piscina è proiettato sui quadri. L’effetto è a dir poco “onirico”. Onnipresente il blu-azzurrino dell’acqua riflessa.

Nell’ inquadratura in cui è ripresa la sede del NYTimes di fronte viene messo in risalto il colore giallo (soprattutto grazie ai taxi che sfrecciano per la strada).


MONTAGGIO

Stacchi brevi di Margaret che prepara la valigia. Questa celerità del montaggio ci mette addosso una sensazione di fretta, cosa che evidentemente ha Margaret.

Decoupage classico: “signora lei sa che questa è una fabbrica di mobili?” e alla scena successiva Margaret dipinge su un lettino per bambini.

Montaggio di raccordo sull’ immagine: la foto che viene scattata a Walter e Margaret davanti alla tela diventa un volantino su cui un passante cammina.

Il montaggio alternato ci fa capire che le cose per i due pittori si stanno evolvendo alla svelta e in modo positivo e soprattutto che il giornalista spiffera le celebrità e i luoghi dove esse si troveranno per agevolare le vendite di Walter.

Dissolvenze incrociate durante il processo per far intendere che lo show di Walter sta andando avanti prendendo una considerevole quantità di tempo.


COSTUMI

Il color acquamarina è onnipresente nel film e soprattutto nei costumi: il vestito dell’orfana del poster, le divise dei pittori nella fabbrica di mobili, il vestito di Margaret quando fa il ritratto di una signora alle Hawaii, la gonna della signora che cammina in strada quando la camera è nella galleria di Ruben, il pigiama e la camicia di  Margaret.

I vestiti delle persone alla prima mostra Keane sono tutti grigi o neri, gli unici colori nell’ inquadratura sono quelli dei quadri.

In generale dato che la storia copre dal 1958 al 1986 tutti i costumi sono fedeli alle varie epoche storiche eccetto quelli indossati dagli attori e dalle comparse all’interno dell’aula di tribunale. Il processo si è svolto nel 1986 mentre i costumi richiamano molto le atmosfere di mutazione modaiola tra gli anni ’60 e ’70.


LOCATION e SCENOGRAFIA

Il film è stato girato tra Vancouver, Bristol (UK), San Francisco e Waikiki (Hawaii)

Inquadratura di un vicolo con case color panna, bianche, azzurre pastello e salmone; in ogni caso colori molto tenui. Le facciate delle case sono colpite dal sole in modo pieno. Mi trasmette la sensazione del calore del primo sole primaverile sulla pelle.

Il color acquamarina è presente molto anche nella scenografia: la macchina di Margaret nelle scene iniziali, il divano dove Margaret è seduta durante il primo colloquio di lavoro, la poltrona nella casa di Margaret durante il primo bacio tra lei e Walter, il juke box nel corridoio del locale, la macchina fuori dalla “galleria Keane”.


COLONNA SONORA e AUDIO

La canzone di Lana del Rey “Big eyes”, che mi piace molto, ed è anche ben posizionata. Le “big lies” hanno oramai consumato il matrimonio di Margaret e lei vuole uscire fuori. Per questo motivo fa il suo autoritratto, come a dire: questa sono io!


CONSIDERAZIONI PERSONALI, ERRORI, VARIE

Considerazioni personali

DeeAnn (amica di Margaret) non ha degli occhi insolitamente grandi?? 😉

La prima immagine di Walter Keane riflette la sua ampia abilità di caratterizzare il personaggio di quel momento: è vestito con una maglietta a righe bianche e blu e jeans con risvolto. Manca solo il basco ed ecco l’immagine mentale che verrebbe in testa a chiunque pensando ad un’artista! Lo spettatore da questi piccoli dettagli può già iniziare a capire il personaggio.

Nooooo SCIOCCAAAAA!! Non firmarti solo “Keane”…. Mettici una M, fai uno scarabocchio! È proprio accecata dall’amore…

Ingenuità di Margaret contro spregiudicatezza di Walter. Lei sostiene che le persone comprino opere che le emozionino, lui che comprino ciò che si trova al posto giusto al momento giusto.

La stampa in un modo o nell’altro riesce sempre a mettere in luce le cose di poco conto (tipo una scazzottata in un club) e a far diventare una persona un personaggio.

L’attore che impersona Dino Olivetti parla realmente italiano!

Margaret decide di andare in Chiesa perché disturbata dall’ aver mentito a sua figlia circa un suo quadro. Margaret cerca una conferma alla sua decisione di lasciar correre, più che una spinta a ribellarsi. L’ambiente dell’epoca mal vedeva le donne separate, con figli e con un lavoro. Figuriamoci la Chiesa se poteva avere una mentalità più “aperta”

Mi fa una pena Margaret. Serve bibite alla sua mostra mentre Walter si accaparra la gloria e l’approvazione della gente.

Dalla vendita del poster si capisce che ciò che commuove, ciò che si vede e con cui si empatizza smuove le persone, quindi le vendite. Prima i poster, poi “l’arte” arriva anche nel supermercato.

“Da lontano tu sembri un pittore, poi ti avvicini e non c’è molto da vedere”. Lei ha il talento, ha l’interiorità, lui ha la superficie. Se lei riesce ad essere un quadro, lui fa la cornice che riesce solo a sorreggere il quadro, ma nessuno si ferma mai a guardare la cornice. Tutti mirano all’ essenza, alla sostanza, al talento, se e quando è presente.

Errori 

Credo che i vestiti siano troppo anni ’60-’70 soprattutto quelli del processo (che si è svolto nel 1986)

Varie

“Lei vale molto più di quegli spiccioli, non si deve vendere così a buon mercato”

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Recensione/review “Stoker” | I PIEDI NUDI NEL SANGUE

Salve ragazzi!

Questa settimana ho deciso di recensire “Stoker”, film di Park Chan -wook, già noto per la cosiddetta Trilogia della vendetta. La tematica “vendicativa” non è estranea nemmeno a questo film, che (a dire la verità), mi ha attirato all’inizio perchè credevo fosse la biografia del grande scrittore. Una volta scoperta la trama ho storto un pochino il naso, ma mi sono dovuta ricredere quasi subito. I riferimenti al maestro della suspense (leggi Alfred Hitchcock) sono molti e ben orchestrati in questo film dove fanciullezza, innocenza, sangue e morte formano un ottimo connubio.

Vi lascio alla recensione! Buona visione e buona lettura!


INFORMAZIONI DI BASE

Titolo originale: Stoker

Regista: Park Chan-wook

Attori principali: Mia Wasikowska, Nicole Kidman, Matthew Goode, Dermont Mulroney, Jacki Weaver

Durata: 99′

Anno: 2013

Genere: thriller, drammatico, psicologico

Sceneggiatura: Ted Foulke


TRAMA

Nel giorno del suo diciottesimo compleanno, la solitaria e taciturna India perde il padre in un incidente d’auto. Al funerale si presenta suo zio Charlie, fratello del padre, che intende rimanere a vivere con la nipote e la cognata dopo il triste lutto. Ma le attenzioni che lo zio riserva alla nipote, sebbene in un primo momento vengono respinte, riescono poi a far comprendere ad India che in realtà lei e Charlie sono più simili di quanto si possa immaginare, e che sarà il misterioso zio a fornirle la chiave di volta per compiere il suo misterioso destino.


REGIA E SCENEGGIATURA

Fermi immagine e prologo fuori campo della protagonista. Molto intenso e istintivo.

Inquadratura ricca di simboli quella delle candeline sulla torta che si spengono quando viene posta una campana di vetro sopra il dolce.

Primo piano della scarpe di India e della madre. Iniziamo ad abituarci ai primi piani delle scarpe e dei piedi. Sono molto frequenti in questo film. Segnano un passaggio (dalla fanciullezza alla maturità)

“Un uomo che ci ha mostrato come ci si deve comportare nel mondo: con franchezza, onestà ed integrità” questa la descrizione del padre… agli antipodi rispetto a come è il fratello.

Piani-sequenza nel funeral party.

Meravigliosa l’inquadratura di India “racchiusa” tra le sue scarpe, il dono che suo padre era solito farle e che ora non le potrà fare più. Mostrano la protagonista alle prese con il suo lato più infantile.

Panoramiche di 360° incardinate su Charlie o su India.

La figura dell’angelo in India e nello zio (da piccolo).

Inquadrature dettaglio (bocca di India inumidita; matita insanguinata).

Quando India apre il frigo per riporre i gelati non guarda all’ interno e la camera la riprende da fuori la stanza. Inquietudine.

Il regista tenta di far apparire inquietante lo zio con in mano il coltello. Mi dispiace, non ho avuto paura. Mi intimorisce molto di più la somiglianza fisica tra Charlie e Norman Bates in Psycho.

Mi ha sconvolto il dipinto di India a scuola. Come se “vedesse all’interno” delle cose.

India è ancora nel suo bozzolo (scena della lettura in giardino) ma i piedi sono fuori. Sta per spiccare il volo (metaforicamente parlando).

Soggettiva quando la zia Jean suona il campanello di casa.

Slow motion di Charlie che si alza da tavola per mettere in risalto la cinta legata in vita appartenuta al padre di India.

Sceneggiatura solida ma che accomuna in modo originale elementi già visti in altri film e in altri autori.

Uccelli impagliati: Psycho.

Curioso ciò che dice la tv nella stanza del motel della zia: “questo esemplare sa che non c’è spazio per suo fratello nella tana. Anche se questa rivalità tra fratelli può sembrare crudele, alla fine in effetti ha un senso”.

Lo zio sembra abbia captato che la nipote sta per fare qualcosa di “insolito” prima che India colpisca uno dei ragazzi che l’hanno infastidita.

Dettaglio della matita insanguinata. Sfondo bianco della gonna. Inquadratura molto efficace. Purezza e sangue insieme.

Primo piano della meccanica interna del pianoforte. Come può non ricordarmi Dario Argento? 🙂

Scena del duetto al pianoforte: ho trovato la scena magistralmente coordinata in movimenti, suoni, sguardi e azioni. Il regista è riuscito a mostrare un’intensità, una perversione e una visibile eccitazione della protagonista sedotta dallo zio senza entrare nel banale o nel volgare. È tutto molto lieve, accarezzato, sussurrato. Lo zio ha raggiunto parte del suo scopo e pertanto lascia India sola. India suona solo note alte mentre Charlie si concentra principalmente sui bassi a parte quando “abbraccia” la nipote.

Nel parco inquadrature veloci, panoramiche che danno quasi l’illusione che India si muova a doppia velocità. Un attimo prima è sul girello e un attimo dopo già è a metà dello scivolo.

Scena della doccia (mi ricorda Psycho): continua la scena nel bosco dove si era interrotta e al ricordo del collo spezzato irrompe l’orgasmo della protagonista. Terrificante.

“Potevo contare le foglie di un albero in 5 ore” il padre stava insegnando ad India la pazienza. Stava tentando in ogni modo di reprimere la parte istintiva e malvagia della figlia.

Le inquadrature non sono mai del tutto ferme. Come se il regista volesse far capire al pubblico che c’è qualcuno che è intento a guardare. Non “imposta” la camera su un supporto, ma la tiene in spalla.

Struttura circolare della storia. L’inizio è in realtà la scena finale.

Le scarpe con il tacco che lo zio infila ai piedi di India sanciscono il definitivo abbandono della fase dell’ innocenza da parte della ragazza. Tutto avviene con estrema calma e cura, come se il regista volesse farci “assaporare” ogni istante.

Viso di India macchiato a metà di sangue e calma della ragazza dopo aver ucciso lo zio + scena dello sparo al volatile danno un effetto di un animale che ha appena ucciso la sua preda, come se l’avesse mangiata e si fosse sporcata di sangue

Le inquadrature dello sceriffo assomigliano moltissimo a quelle in Psycho nel momento in cui lo sceriffo parla a Marion che è dentro la macchina.


FOTOGRAFIA

Colori spenti e acidi nelle stanze della casa che non sembra affatto accogliente.

Cucina bianca con le tende svolazzanti: c’è un contrasto tra il bianco e la figura scura di India (sia negli abiti che nell’espressione).

Chiaroscuri in casa. Forti fonti di luce come tre lampade messe una vicina all’altra contrapposte da angoli completamente bui.

Struttura in terra con le tre lampadine all’ingresso della casa. Strano posto dove mettere una fonte di luce, tanto più che è posta sotto le scale.

L’illuminazione generale tende ad ingrigire e a spegnere i colori dei vestiti, dei visi e dell’arredamento.


MONTAGGIO

Montaggio alternato: il nastro giallo dei fiori richiama il ricordo in India del nastro giallo sulla sua scatola di scarpe ogni compleanno. Il montaggio produce un significato accostando due inquadrature che di per sé non hanno nulla a che vedere l’una con l’altra.

Stacchi di montaggio brevi e frequenti che mostrano digressioni di tempo anche molto brevi e poco distanti dal tempo della storia.

Dissolvenza incrociata per le scarpe che via via si vanno rimpicciolendo, tornando a ritroso nel tempo.

Montaggio parallelo di India in cantina e della madre e di Charlie in cucina. La luce che si muove in cantina illumina e mette in ombra anche i volti delle due persone che non sono in quella scena (la madre e Charlie).

Montaggio parallelo della madre e della zia Jean. Entrambe cercano il loro “oggetto del desiderio” (la zia Jean cerca India e la madre cerca Charlie) ed entrambe non trovano ciò che stanno cercando.

Montaggio su raccordo sonoro: suono della tv (camera di Charlie e camera della zia Jean)

Montaggio su raccordo sonoro: voce della tv che funge da fuoricampo per annunciare l’imminente omicidio della zia Jean.

Dissolvenza additiva quando India ripone la matita nell’ astuccio, ricorda l’apertura del freezer nella cantina, ricorda lo zio che lavora in giardino e apre il rivestimento esterno del pianoforte.

Dopo aver preso a calci Whip la dissolvenza verso il nero ci lascia col dubbio.. l’azione è finita lì o succede altro nel bosco?

Montaggio che ci mostra prima India che entra nel bagno, poi mentre si toglie un vestito, poi lei che si guarda allo specchio, poi si toglie un altro indumento, poi si guarda ancora allo specchio, poi finalmente entra in doccia. È   un montaggio discontinuo sul piano temporale (pieno di flash forward al tempo della storia)..

Dissolvenza dei capelli che diventano fili d’erba. Meravigliosa.

Gli schizzi di sangue del padre colpiscono il volto di India sebbene le due scene siano nettamente separate sia sul piano temporale sia su quello spaziale.

Flashback narrativi. L’intreccio si scioglie e la fabula è finalmente chiara allo spettatore sia per quanto riguarda i fatti sia per l’ordine in cui sono avvenuti.


COSTUMI 

Prevale il bianco in alcune inquadrature in cui è presente India. Simbolo di purezza e verginità. Anche i vestiti di India sono quasi tutti bianchi o chiari a parte quello del funerale.

I vestiti di India con quei colletti bizzarri mi fanno venire in mente Mercoledì Addams. Non c’è una scena in cui lei porti dei pantaloni o una maglietta. Sempre e solo gonne e camicie. Anche i capelli mi ricordano quelli della piccola Addams, neri e con la riga in mezzo.

Man mano che India prende consapevolezza della sua maturità e femminilità anche i vestiti (camicia da notte di seta) e le acconciature (semi-raccolto dietro la nuca) mutano.


LOCATION E SCENOGRAFIA

Il film è stato girato prevalentemente in Tennessee, nelle località di Murfreesboro, Smyrna e Nashville.

La Hillsboro High School nel film viene chiamata Middle Bend High School.

Arredamento in cucina bianco e giallo. Contrasto con la camera da pranzo in stile vittoriano caratterizzati da colori scuri e intensi.

Nella scenografia sono state usate varie piante e fiori per arricchire l’ambiente.

Il numero 111 della camera della zia assomiglia al segno di tre solchi di unghia sulla porta.


COLONNA SONORA E AUDIO

La colonna sonora è stata curata da Clint Mansell, che ha collaborato con Darren Aronofski per tutti i suoi film. Gli score sono raffinati e creano un’atmosfera di perenne tensione con poche “esplosioni”.

Rumori che mi provocano “soddisfazione”: guscio dell’uovo sodo schiacciato sul tavolo; matita temperata.

Rumori diegetici molto intensi, come se ci appoggiassero all’orecchio il metronomo, o come se India ci camminasse dentro le orecchie sbattendo i piedi salendo la scala; rumore dell’accensione della luce nella cantina; la matita insanguinata che viene temperata.

La canzone “Summer Wine” di Nancy Sinatra e Lee Hazelwood è la canzone che ballano Charlie e la madre di India. Non viene offerto solo del “vino estivo” allo zio Charlie…

Contrasto tra la musica quasi angelica e il ricordo del collo spezzato che provoca l’orgasmo in India: anche Ed Gein durante la pubertà provò un orgasmo quando vide i suoi macellare un maiale. Ed Gein ha ispirato la figura di Norman Bates.

I rumori percepiti da Charlie e India sono amplificati così da dare l’illusione che loro abbiano dei sensi iper-sviluppati, come fossero creature sovrannaturali.


CONSIDERAZIONI PERSONALI, ERRORI E VARIE

Considerazioni personali

India è la versione umana della statua che si tocca un piede. Similitudine o contrasto? Lei è “di pietra” o fatta di carne, sangue e sensazioni come gli altri esseri umani?

La protagonista sente il suo nome e una figura in lontananza che la chiama… ma la persona è troppo lontana. La voce è nel suo cervello o no?

Il ragno ricorrerà spesso nel film: oltre ai vari significati che può simboleggiare troviamo anche quello di qualcosa che succhia la linfa vitale dalla sua preda goccia a goccia e di ostacoli che devono essere superati.

INDIA SORRIDE!! (quando saluta la zia che va in albergo). La vedremo sorridere solo in questa circostanza e prima dell’omicidio dello sceriffo.

Vividezza impressionante del colore rosso del sangue sui fiori e sugli steli delle piante del prato. Richiamo ad “Alice in Wonderland “quando il fiore viene “dipinto” dal rosso del sangue come le rose della Regina di cuori?

Errori

Mi è sorto un dubbio: India ha appena trovato le lettere dello zio indirizzate a lei, le ha lette, come si dice in gergo se le è spulciate tutte una per una. È   MAI POSSIBILE CHE SI ACCORGA DEL TIMBRO DELLA CLINICA SOLO QUANDO ARRIVA SULLE SCALE DOPO CHE UNA LETTERA CADE? Quando si ha in mano una lettera la si guarda nella sua interezza, busta compresa, soprattutto se sei ancora avida di parole come sembra India dopo aver scoperto che lo zio ha tentato negli anni di mettersi in contatto con lei.

Varie

“Che razza di famiglia è una famiglia che non puoi portare a casa?”

“A volte devi fare qualcosa di male per impedirti di fare qualcosa di peggio”


 

Spero che la mia recensione vi sia piaciuta!

Vi aspetto la settimana prossima con un nuovo film

Irene

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LA NOTTE DEGLI OSCAR | Uno show “quasi del tutto” insipido

Ho fatto il tremendo errore di iniziare a vedermi la Notte degli Oscar seduta sul letto con il pc davanti a me, pronto a raccogliere ogni mio pensiero durante il corso della premiazione, il gatto sul cuscino che faceva delle fusa così forti da poter mandare avanti un treno.

A mezzanotte e mezza Morfeo aveva già preso possesso di me.

Ho fatto la furbata allucinante di registrare la Notte degli Oscar da Sky (memore del fatto che MOLTO PROBABILMENTE non avrei retto) e ho potuto gustarmi con calma ogni momento, ogni atto dello show.

Ecco qui il mio video-commento!

Si dà il via ai pronostici che danno Birdman come favorito nella corsa a MIGLIOR FILM, anche se i preferiti del pubblico vedono in testa Grand Budapest Hotel.

L’opening show vede un Neil Patrick Harris canterino coadiuvato da Anna Kendrick e Jack Black. Segnatevelo bene perché questo è l’unico momento in cui Neil Patrick Harris non dirige il traffico di attori-presentatori o non dà la pubblicità. Della serie che più che un presentatore/showman mi sembra un vigile. Senza menzionare le sue battute di pessimo livello sui soldi di Oprah o gli incassi di  American Sniper. Molto probabilmente mi inimicherò i fan di “How I met your mother”ma Harris mi sembra che abbia l’utilità del due di coppe quando regna bastoni. Poi, fate vobis…

Perla-Lupita ha la busta per MIGLIOR ATTORE NON PROTAGONISTA: J.K. Simmons domina e devo dire che ho apprezzato anche il suo discorso sui genitori e sul forte legame che evidentemente l’attore ha con i suoi.

Adam Levine e la sua immensa carica erotica, roba che nemmeno tutti i Grey del mondo possono eguagliare (anche solo perché lui è genuino e non credo abbia bisogno di corde o stanze particolari) canta “Lost Stars” tratto dal film Begin Again. Questo cantante possiede una grande qualità secondo me: riesce a far “suo” ogni brano; non è un semplice esecutore, ma personalizza e fidelizza il pubblico grazie a questa sua caratteristica. E con Levine si chiude l’Opening degli Oscar.

Jennifer Lopez e Chris Pine premiano Milena Canonero per il MIGLIOR COSTUME: vince l’eccellenza italiana, vanto del nostro Belpaese che si porta a casa il suo quarto Oscar! Il viola delle divise di Grand Budapest Hotel non ha portato male come vuole la tradizione. Mi fa molto piacere che la Canonero non abbia perso la calata italiana pur vivendo a Hollywood col marito. Certo io non me ne intendo di vestiario, ma magari il trench lo poteva pure lasciare a casa.

Entra Reese Whiterspoon (mi dispiace tanto che il tuo cognome abbia dato una possibilità a Neil Patrick Harris di fare una battuta idiota) che proclama i vincitori nella categoria MIGLIOR MAKEUP e HAIRSTYLING: se lo portano via Frances Hannon e Mark Coulierht  per Grand Budapest Hotel. Secondo me è strameritato, considerato come hanno stravolto Tilda Swinton invecchiandola in modo meravigliosamente realistico.

Fanno quindi il loro ingresso Nicole Kidman e Chiwetel Ejiofor per premiare l’Oscar nella categoria MIGLIOR FILM STRANIERO: vince Ida dalla Polonia. Dicono sia molto bello io personalmente ancora non sono riuscita a vederlo. Azzeccatissima la definizione che dà di Hollywood il regista Pawel Pawlikowski: l’epicentro del rumore e del casino!

Shirley MacLaine dà una nota di colore a questa altrimenti ancora “insipida” notte parlando di “Boyhood”, de “La Teoria del tutto”, di “Birdman”. Vengono proposti alcuni estratti dei film.

Sotto le note di “La vie en rose” fa il suo ingresso Marion Cotillard, ma viene quasi subito rimpiazzata da Tegan and Sara featuring The Lonely Island che cantano “Everything is awesome” tratta da Lego Movie con tanto di Oscar fatti coi Lego, che verranno distribuiti ad alcuni attori tra il pubblico (proprio quei poveretti che non si avvicineranno ad un Oscar vero e proprio, tipo Steve Carell).

Il MIGLIOR CORTOMETRAGGIO viene vinto da The Phone Call  e la maledizione della scala colpisce ancora (ma perchè almeno uno ci inciampa?), mentre il MIGLIOR CORTOMETRAGGIO DOCUMENTARIO viene vinto da Crisis Hotline: Veterans Press 1. Devo dire che ho apprezzato il coraggio della signora che sfoggiava un vestito con le “palle”!!

Dopo che Viola Davis ha introdotto i “Governor’s Award, il palco è tutto per Gwineth Paltrow (e la sua splendida mise rosa confetto) che introduce Tim McGraw con “I’m not gonna miss you”tratta dal film Glen Campbell:I’ll be me.

Riappare Neil Patrick Harris con uno sketch che include scene di Birdman e Whiplash, e finisce sul palco in mutande (Gianni Morandi docet). Sketch che non riesce del tutto a risollevare questa piatta serata degli Oscar, almeno per quanto riguarda il versante “varietà”.

Sienna Miller e Chris Evans premiano il SOUND MIXING (missaggio sonoro) che va a Whiplash, mentre il SOUND EDITING (montaggio sonoro) se lo aggiudica American Sniper.

Entra Jared “Gesù” Leto (con un completino che ricorda molto quello di un ragazzo che va ad un prom americano con tanto di rosa rosa appuntata al bavero) per presentare le candidate a MIGLIORE ATTRICE NON PROTAGONISTA: vince Patricia Arquette per Boyhood. Secondo me se la batteva ad armi pari con Emma Stone. Ottimo discorso sull’ uguaglianza delle donne per quanto riguarda gli stipendi. Esultano Jennifer Lopez e Meryl Streep al discorso della Arquette. Dalla sala di Sky Italia viene ricordato che nessuno dei film candidati ha come protagonista una donna. Non ci avevo ancora fatto caso.

Entra Josh Hutcherson per presentare Rita Ora che canta “Grateful” tratto dal film Beyond the lights. Alla fine della canzone viene inquadrata Jennifer Lopez con una faccia della serie: “se se vabbè andiamo avanti, su!”

I MIGLIORI EFFETTI SPECIALI vedono il trionfo di Interstellar, il grande snobbato di quest’anno.

Entrano Anna Kendrick e Kevin Hart che presentano le nomination come MIGLIOR CORTOMETRAGGIO DI ANIMAZIONE: vince Feast.

Ovazione che accoglie Zoe Saldana e Dwayne Johnson che presentano le nomination come MIGLIOR LUNGOMETRAGGIO DI ANIMAZIONE. E a vincere è Big Hero 6 della Disney che bissa il successo dell’anno scorso ottenuto con Frozen – il regno di ghiaccio.

Entra la presidentessa dell’Academy, Cheryl Bone Isaacs. Parla della responsabilità di tutelare la libertà di espressione. Siamo tutti legati insieme dalla passione del cinema. Omaggiamo i presenti e il pubblico che in tutto il mondo va al cinema.

Entrano Chris Pratt e Felicity Jones per premiare la MIGLIORE SCENOGRAFIA: vince Grand Budapest Hotel. Tutte le persone che hanno vinto per GBH ringraziano Wes e sembrano stranamente sincere (è pur sempre Hollywood!). Non sembra lo facciano solo per convenienza.

Entrano Idris Elba e Jessica Chastain per premiare la MIGLIORE FOTOGRAFIA: vince Birdman. E qui io ho fatto volare i piatti, le sedie, il pc, il gatto. La migliore fotografia secondo me la meritava Grand Budapest Hotel; forse sarò scontata, forse ripetitiva, ma la luce messa al servizio dei colori come ha fatto Wes Anderson è e rimarrà ancora per molto tempo, credo io, qualcosa che difficilmente potrà essere superata.

Meno male che entra MERYL così ho un motivo per distrarmi (voglio invecchiare come lei) che presenta la sezione più commovente degli Oscar,“In Memoriam”. Mi sono commossa per tutti, devo ammetterlo, ma soprattutto per Virna Lisi, Mickey Rooney, Anita Ekberg, Lauren Bacall, Richard Attenborough, Eli Wallach, Gabriel Garcia Marquez, Bob Hoskins ed Edward Herrman. Lacrime che erano proprio goccioloni. Avendo io al mio attivo una tesi di laurea sul documentario ho notato che non c’era Francesco Rosi!! Pensandoci bene non è stata tanto una sorpresa, perché, come giustamente ha detto Gianni Canova, Rosi non ha mai lavorato in America, la Lisi sì.

A sigillare questo momento con lacrime ancor più copiose arriva Jennifer Hudson che canta “I Can’t Let Go”. Credo in quello che sto per dire: potrebbe essere l’erede di Whitney. HO DETTO POTREBBE.

Whiplash si porta a casa il MIGLIOR MONTAGGIO (che io avrei dato a Birdman), mentre Citizenfour, d’accordo con i pronostici, trionfa nella sezione MIGLIOR DOCUMENTARIO.

Parallelamente all’intervento di Shirley Maclaine, fa il suo ingresso Terrence Howard che parla degli altri tre lungometraggi candidati a miglior film: “Whiplash”,“The Imitation Game”, “Selma”.

Entra Octavia Spencer parlando del dottor King e della marcia a Selma in Alabama e introducendo John Legend e Common che cantano “Glory” main theme del film Selma. Si è commosso David Oleyowo e non è l’unico; anche Chris Pine.

Dopo il siparietto comico tra Idina Menzel e John Travolta, i due attori premiano la MIGLIOR CANZONE ORIGINALE: vince “Glory”dal film Selma. Wow! Non ce lo aspettavamo proprio!! Manco sono scesi dal palco e già ci risalgono. Nel discorso cominciano a ringraziare Dio e ricordano che gli afroamericani nelle carceri sono maggiori in numero degli schiavi nel 185°…sono proprio americani (e non è un commento positivo).

Entra Scarlett Johannsson che introduce Tutti insieme appassionatamente. Il film compie 50 anni e il main theme è cantato da Lady Gaga. Finalmente smessi i vestiti di carne cruda, le parrucche discutibili e lasciati sulla poltrona i guanti rossi da casalinga, vediamo una Lady Gaga semi normale (i capelli color cenere sono il minimo) anche molto romantica e dalla voce melodiosa. Pensavo fosse in playback con la voce di un’altra. Non la riconosco come sua voce. Well done Gaga! ED ECCO JULIEEEEEE ANDREWSSS!! (ma che ha fatto un patto col diavolo?!?!?). è commossa e fa commuovere. Parla dei temi musicali che hanno reso famosi i film (Guerre Stellari, Colazione da Tiffany, Il padrino) e premia la MIGLIORE COLONNA SONORA: vince Grand Budapest Hotel (Alexander Desplat era nominato nella stessa categoria anche per The Imitation Game)

Si procede con Eddie Murphy che premia la MIGLIORE SCENEGGIATURA ORIGINALE: vince Birdman. Inarritu “brinda” con gli Oscar, ma ciò che mi sconvolge di più è un Michael Keaton che ciancica impietoso la gomma da masticare. Ora io capisco la tensione, ma non ci interessano le tue tonsille, tesoro!

Entra Oprah Winfrey a premiare la MIGLIOR SCENEGGIATURA NON ORIGINALE: vince The Imitation Game. Il neo-premio Oscar Graham Moore confessa il suo tentato suicidio a 16 anni, perché si sentiva “strano” e “diverso”. Commozione generale, ma soprattutto il marito di Nicole Kidman è visibilmente scosso. Gianni Canova definisce questa sceneggiatura “canonica”. La penso esattamente come lui.

Ben Affleck presenta i candidati a MIGLIOR REGIA: vince Alejandro Gonzalez Inarritu che dice di indossare addirittura le mutande di Keaton. Secondo me quest’uomo ha un ego stratosferico. Tifavo fortemente per Wes Anderson. Quella di Inarritu la concepisco come un’esercitazione: ottima magari, ma nulla di più. Non ha sperimentato nulla di nuovo, non è un visionario. Anderson è un’artista e un visionario, proprio perché ci mostra le cose nel modo in cui le immagina intimamente. Al secondo posto avrei messo Linklater, fosse solo per l’enorme dose di pazienza e costanza che ha richiesto Boyhood , oltre che per lo studio delle inquadrature, una più sorprendente dell’altra.

Entra Cate Blanchett per proclamare il MIGLIOR ATTORE PROTAGONISTA: vince Eddie Redmayne che si abbraccia la Blanchett, cerca di allargarsi il cravattino, non ci crede ancora, ha dubitato fino alla fine. Dedica il film ai malati di SLA e alla famiglia “allargata” Hawking. Si proclama “custode dell’Oscar”. L’ho trovato molto esaltante e commovente allo stesso tempo. Questo ragazzo mi ispira umiltà.

Matthew McConaughey proclama la MIGLIOR ATTRICE PROTAGONISTA: vince Julianne Moore (della serie “finalmente ce l’abbiamo fatta”). Visibilmente commossa ma anche invecchiata. Parla del morbo di Alzheimer. Gli oscar a miglior attore e migliore attrice sono stati vinti da attori che interpretano persone affette da malattie gravi! Ho letto: “se il tuo personaggio è molto malato, l’Oscar è assicurato”. C’è poco da fare: la malattia impietosisce e commuove, fa si che lo spettatore empatizzi  con il protagonista molto più facilmente del solito e di conseguenza lascia una traccia molto più netta nel cuore della gente.

L’ultimo ingresso è di Sean Penn che proclama il MIGLIOR FILM: vince Birdman, accompagnato dalla già famosa frase della Green Card di Penn. Inarritu dedica il premio al Messico e spera che i messicani possano avere il governo che meritano.

I premi sono stati tutti assegnati dopo più di tre ore di diretta. Non sono stata d’accordo su molti premi, anche se per alcuni ho gioito molto, due su tutti: Milena Canonero ed Eddie Redmayne. Mi ha disturbato la presenza di Neil Patrick Harris, che ho trovato pesantemente inutile, a volte anche scocciante. Non ho respirato atmosfera di simpatia o vivacità, ma solo una mera esecuzione di uno show che avrebbe potuto dare molto di più. Almeno l’anno scorso hanno ordinato la pizza!

Fatemi sapere cosa ne pensate, se siete o meno d’accordo con me, o per quale film parteggiavate, o se vi è piaciuto questo o quel momento di uno degli show più attesi dell’anno!

Ci vediamo la settimana prossima!

Irene

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Recensione/review “Birdman” | HOLLYWOOD CANZONA HOLLYWOOD

Come avevo preannunciato nel post sulla recensione di “Grand Budapest Hotel”, questa settimana ho raddoppiato le recensioni in vista della notte degli Oscar che inizierà stasera alle ore 23:50! Io sono emozionatissima dato che sarà la mia prima INTERA notte degli Oscar. Gli altri anni avevo sempre impegni inderogabili il giorno dopo e così non me la sono mai potuta gustare appieno! Voi avete già fatto la vostra personale previsione per ogni categoria? Io dedicherò un post a parte agli Oscar, quindi rimanete sintonizzati!

Ecco a voi la mia recensione completa di “Birdman (o l’imprevedibile virtù dell’ignoranza)”


INFORMAZIONI DI BASE

Titolo originale: Birdman or (the unexpected virtue of ignorance)

Regista: Alejandro González Iñárritu

Attori principali: Michael Keaton, Zack Galifianakis, Edward Norton, Emma Stone, Andrea Risenborough, Amy Ryan, Naomy Watts, Lindsay Duncan

Durata: 119′

Anno: 2014

Genere: commedia, drammatico

Sceneggiatura: Alejandro González Iñárritu,Nicolás Giacobone, Alexander Dinelaris, Armando Bo


TRAMA

Per rilanciare la sua carriera, Riggan Thomson, attore hollywoodiano che deve il suo successo al supereroe Birdman, vuole mettere in scena a Broadway uno spettacolo “impegnato” tratto dall’opera What we talk when we talk about love di Raymond Carver. Per scrollarsi di dosso l’etichetta della celebrità e indossare i panni del super-attore, Riggan, nei giorni che precedono la prima, dovrà affrontare il difficile rapporto con uno dei membri del cast, con la figlia ex tossicodipendente e soprattutto con il suo ego, così da poter salvare la sua carriera, la sua famiglia e soprattutto sè stesso.


REGIA E SCENEGGIATURA

-L’ introduzione del film è uno sfondo nero con lettere rosse che appaiono in ordine alfabetico a comporre la scritta “E finora, hai ottenuto ciò che volevi dalla vita?” “Si” “E cosa hai voluto?” “Definirmi amato, sentirmi amato sulla terra”. Le frasi sono tratte dall’opera di Raymond Carver Late Fragment ed includono tutto il nocciolo del film.  Scompaiono per poi comporre le parole Birdman e AMOR. Credo che “amato” sia da intendersi amato come star, quindi più che amato assomiglia di più ad “approvato” (diversamente da come lo intende Carver).

-Flash delle meduse morte sulla spiaggia. L’ho notato dopo 3 visioni del film.

-Sulla scrivania vicino al computer si notano degli occhiali, una spazzola e un soprammobile a forma di teschio. Perché il teschio? Riferimento ad uno dei padri fondatori del teatro, cioè Shakespeare?

-Riggan guarda in alto poco prima che l’aggeggio finisca in testa all’ attore “cane”. Sembrerebbe che Riggan abbia dei superpoteri, proprio come Birdman. Inizia a delinearsi il doppio che vive dentro il protagonista. Ci ha fatto sentire la sua voce, ora inizia a mostrare i veri desideri del suo alter (Riggan) di silurare in ogni modo o maniera l’attore incapace.

-Piano piano stiamo conoscendo tutti i personaggi. Ci vengono svelati come se fossimo lì a fare un giro in quel teatro a Broadway.

-Tutti gli attori che Riggan nomina sono impegnati in film fantasy o con supereroi. E’ stato lui ad inaugurare con la sua interpretazione di Birdman (o Batman?), quel filone cinematografico sui supereroi che ha acquistato nel tempo un enorme successo.

-Iconica l’inquadratura di Riggan allo specchio e riflessa dallo specchio del camerino c’è la locandina di Birdman che denigra la performance di Downey Jr. in Iron Man. Hollywood canzona Hollywood.

-Il Riggan senza parrucca acquista immediatamente 10 anni! Mio dio quanto è vecchio e lasso!

-Il film schernisce anche la stampa quando quella giornalista appariscente  non sa chi sia Roland Barthes (filosofo francese) credendo si trattasse di un personaggio di Birdman.

-Nessuno dei giornalisti pone fiducia in ciò che vuole Riggan: passare dall’ essere un attore da blockbuster ad un’artista che recita testi impegnati a teatro. Nessuno crede in lui.

-Litigio in scena durante la prima anteprima. Meravigliosa l’esortazione al pubblico “Smettete di guardare il mondo dallo schermo di un cellulare. Vivete davvero!” Primo assaggio di un’aspra critica che il film scaglia contro i social network e la visibilità online intesi come potere assoluto.

-Sceneggiatura accattivante e convincente, mai scontata. “La mia salute è durata più dei miei soldi; chi l’avrebbe mai detto?”

-Ironia: la foto che viene chiesta a Riggan da due fan dopo che Edward Norton gli dice che a nessuno  importa più di lui.

-Il movimento di camera è come un palcoscenico aperto dove ci sono gli attori e le comparse selezionate per dire in quel momento quella determinata battuta; ecco ciò che rende il tutto armonico, naturale e corale.

-Cos’è vero? Cosa non lo è? In scena Mike è più reale di quanto non lo sia nella vita fuori dal palcoscenico.

-Le due attrici sono piene di insicurezze; fanno tanto le donne emancipate, poi con le parole giuste al momento giusto si sciolgono e la loro miseria è sotto gli occhi di tutti. Hanno talmente bisogno di comprensione e di amore che finiscono per darselo l’un l’altra baciandosi.

-Mike è disilluso da tutto non c’è niente che lo sorprenda più o lo faccia emozionare. Lo si intuisce quando dice a Sam: “Vorrei staccarti gli occhi dalla testa per metterli al posto dei miei e guardare questa strada [Broadway] per guardarla come facevo alla tua età”. Questo è l’unico momento in cui Mike è sincero pur non trovandosi in scena.

-Riggan teme fortemente il giudizio della gente contrariamente a Mike che se ne frega di tutto e tutti fuorchè di sé stesso.

-Riggan non regge alla pressione e distrugge il camerino confessando a Birdman di sembrare un “tacchino con la leucemia. Sono diventato soltanto una risposta di Trivial Pursuit ormai!”

-Approvazione o amore? Riggan le confonde molto spesso: alla moglie che lo amava ha tirato dietro un coltello da cucina quando a lei non era piaciuto il suo ultimo film; ma in una piena crisi dovuta alla troppa pressione dello spettacolo teatrale, quando avrebbe avuto tutte le ragioni per mollare tutto, gli è bastato sapere che c’è un sacco di gente in fila per vedere lui per cambiare idea.

-Un’unica inquadratura per un dialogo face to face: vediamo il dialogo Lesley-Riggan nel momento esatto in cui si svolge senza stacchi di montaggio dato che Lesley sta interloquendo con un Riggan che si vede riflesso nello specchio. Due volti che interagiscono in una conversazione che viene ripresa con estrema naturalezza dalla macchina da presa.

-Camera fissa sul corridoio e scrosci di applausi in sottofondo. Gli applausi in sottofondo mi hanno ricordato la scena finale di Black Swan: anche quel film era ambientato in un teatro.

-La critica ai social network e ai mezzi di comunicazione di massa continua: le visualizzazioni della corsetta in Times Square eccitano le persone più di uno spettacolo teatrale.

-Ironia: la scena della corsa in mutande per Times Square. Guarda un po’ c’è un altro supereroe (Spiderman)!

-Meravigliosa critica della giornalista Tabitha Dickinson allo star-system di Hollywood:     “ragazzini viziati che si assegnano premi per cartoni e film pornografici”.

-Composizione evocativa: il biglietto di Carver sotto il bicchiere con il Martini accanto a dei soldi. Infinite combinazioni di interpretazioni simboliche.

-L’ubriacone fuori dal negozio di liquori ripete le frasi che pronunciava l’attore colpito in testa all’ inizio del film. Sogno o realtà?

-Tra il pubblico non si distinguono bene i visi delle persone ma grazie alla divisione in terzi dell’inquadratura l’occhio dello spettatore può accorgersi con facilità che chi va via dopo lo sparo di Riggan è Tabitha (la critica del New York Times).

-Apoteosi della critica contro Hollywood: primo piano con lo sguardo in camera di Birdman.


FOTOGRAFIA

-Cambia la luce quando Riggan potrebbe diventare padre, come a sottolineare la “gravità” del momento. È un colore che di per sé stimola la produzione di adrenalina.

-Laura guarda in camera e ci invita ad andare in scena con lei dato che “domani iniziano le anteprime”. La luce ora è blu, colore della calma e della contemplazione. E subito si viene catapultati nella prima anteprima.

-Le luci del teatro quando Riggan è in scena durante il suo monologo con il bicchiere in mano sono completamente puntate su di lui a tal punto che sul suo viso ci sono macchie bianche sature di luce, non si distingue nemmeno la pelle. Questa è l’immagine più simile a quel modo di dire che recita: “essere sotto i riflettori”.

-La luce calda e il colore dell’accappatoio di Riggan (rosso) quando lui è fuori a fumare una sigaretta determinano un momento di intensità dovuto alle emozioni che il personaggio sta provando quando vede la figlia Sam baciarsi con Mike. Riggan non è emotivamente stabile. Prima era euforico grazie alla sua buona performance, ma subito dopo aver visto Sam ritorna ad essere pensieroso, cupo ed insicuro.

-Le mille luci nel negozio di liquori sembrano quelle di un parco giochi: Riggan è entrato nel suo parco giochi.

-L’uso della luce per illuminare Riggan, in più di un’inquadratura, è studiata per esaltare i tipici segni della vecchiaia tipo le rughe. Ma che problema c’è? “Non ti piace il naso? Lo rifacciamo! Chiamiamo il chirurgo di Meg Ryan!” Ancora una frecciatina verso lo star-system hollywoodiano dove ciò che conta è come appari e non come sei.


MONTAGGIO

-La camera non si stacca dal seguire l’azione. SEmbra un “pedinamento”. Non ci sono stacchi di montaggio EVIDENTI. Tutto è ripreso in maniera fluida e molto naturale. Sono enormi piani sequenza intervallati da stacchi mascherati ad arte con il digitale (tipo dal giorno alla notte e viceversa).

-Stacco di montaggio nascosto tra la scena del discorso della figlia e la seconda anteprima. Riggan esce dalla stanza e alla sua sinistra (in cui prima c’era la porta che Riggan stesso aveva varcato per entrare in teatro) c’è una luce blu e del fumo e Laura che sta recitando il suo monologo.

-Stacchi di montaggio “classici” sono presenti alla fine del film (la banda, la scenografia del teatro, l’oggetto infuocato che precipita).


COSTUMI

– Il costume iniziale di Edward Norton è molto evocativo: giacca cappello e sciarpa, quasi da detective o da grande attore sul palcoscenico.

-Il costume di Birdman ricalca il classico modello del costume del supereroe con il fisico scolpito nella parte del torace e delle braccia, ricoperto di finto piumaggio. Non mi piace molto la maschera ma le ali credo siano pazzesche, sebbene fatte muovere grazie al digitale. Il blu profondo del costume è stata un’ottima scelta cromatica.

-In ogni camerino ci sono dei prodotti di make up o di skin care ma non vengono mai utilizzati a parte quando truccano velocemente Riggan. L’unica ad essere truccata è Sam (leggero ombretto scuro all’esterno delle palpebre mobili).


SCENOGRAFIA e LOCATION

-Il film è stato girato interamente a New York.

-Il bar dove Mike e Riggan vanno a bere un drink si trova alla 47th street di Manhattan.

-Gli interni sono stati girati al St.James Theatre, New York.

-Michael Keaton corre in mutande a Times Square, New York.


COLONNA SONORA e AUDIO

-Il regista mostra il compositore della colonna sonora del film, Antonio Sánchez, alla batteria per poi impallarlo dopo pochi secondi.

-Colonna sonora: viene usata principalmente la batteria ma non manca il pianoforte (le note gravi del piano durante la scena del dialogo nel bar tra Riggan e Tabitha).

-Il protagonista levita dopo che un oggetto infuocato attraversa il cielo. All’apparire di Riggan la musica in sottofondo cessa.

-Voce intradiegetica molto roca e profonda che parla come fosse il subconscio di Riggan. E’ Birdman.


CONSIDERAZIONI PERSONALI e VARIE

Considerazioni personali

-L’alter ego che ti parla da dietro le spalle è un’immagine molto evocativa. Chiunque ha sentito almeno una volta le proprie voci interne che gli parlano più o meno insistentemente.

-All’inizio del film Sam deve comprare dei fiori; alla fine del film Sam porta dei fiori al padre (non sono rose rosa come all’inizio del film, ma lillà: Riggan odia le rose).

-Riggan indossa o tenta di indossare tre maschere: quella di Birdman, quella del super-attore, quella fatta di garze dopo lo sparo.

-Nel bagno della stanza dell’ospedale Birdman non aveva più nulla da dire a Riggan. Riggan è tornato ad essere ciò che realmente era, cioè un immagine legata ad un supereroe con il costume da uccello in grado di volare, con poteri speciali. Io l’ho interpretato come il “risucchio di Hollywood”: Hollywood gli aveva dato fama, celebrità, ma lui voleva togliersi la maschera del supereroe diventando invece un attore di teatro, anzi addirittura un artista. Hollywood aveva elargito celebrità a Riggan, ma gli aveva portato via la moglie, la figlia, la capacità mentale, anche se l’inebriante sensazione di essere ammirato, amato e appagato è ben più forte. Così Riggan abbraccia il proprio destino che lo consacra supereroe e nient’altro e vola via insieme ad altri uccelli, finalmente appagato.

Varie

-Citazione su un foglietto al lato dello specchio nel camerino di Riggan: “Una cosa è una cosa non ciò che viene detto riguardo quella cosa”. Ovvero non si può cambiare la propria essenza.


Ragazzi eccoci al termine di un’altra recensione! Io spero che vi sia piaciuta, che vi abbia interessato e spero di aver solleticato le vostre idee con le mie! Commentate, aprite dibattiti, dopotutto lo scopo principale del mio blog è proprio questo! Scambiamo i nostri punti di vista, arricchiamoci insieme e…. ci vediamo dopo gli Oscar. Là si che ci sarà da divertirsi! 🙂

A presto!

Irene

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