Recensione/review “Il Delitto Perfetto” |CHIAVE, TELEFONO, FORBICI

Nel 1954 il maestro Hitchcock firmò due capolavori della sua filmografia, La finestra sul cortile e Il delitto perfetto (Dial M for Murder).

Quest’ultimo film è un capolavoro di genialità e di maestria. La narrazione segue un ben architettato miscuglio di intrecci tanto che ad una prima visione è quasi impossibile seguire ogni parola e continuare a tenere un filo logico. È un film che per essere compreso fino in fondo va visto almeno 3 volte: la prima per comprendere la trama, la seconda per ammirare la recitazione e la posizione della macchina da presa (molto spesso infossata nel pavimento) e una terza visione è necessaria per ammirare appieno ogni sottigliezza stilistica e tecnica.

Seguendo un’impostazione fortemente teatrale, Hitchcock punta su una sceneggiatura forte e precisa nei minimi dettagli. Fondamentali i piccoli gesti degli attori (soprattutto quelli di Tony e dell’ispettore di polizia) e magistrale l’uso della suspence che si concretizza in due domande principali: come si svolgerà l’assassinio? E come verranno condotte le indagini? L’intera vicenda è quasi del tutto ambientata in interni, in casa Wendice, una dimora caratterizzata da un mobilio molto sontuoso, ricercato e sopraffino. Solo il telefono permette un’apertura “verso l’esterno”, addirittura funge da collegamento tra un’ambiente e un altro durante una delle scene clou di tutta la vicenda: l’assassinio. Le inquadrature erano state pensate per un film in tre dimensioni: ecco perché troviamo molte inquadrature che si incentrano sulla prospettiva e sulla differenza primo piano-secondo piano, come quando vengono inquadrati oggetti vicini fuori fuoco e in secondo piano personaggi completamente a fuoco. Il regista per sottolineare ancora di più l’oscurità che minuto dopo minuto avvolge la trama e la protagonista ha ideato un ingegnoso escamotage: chiese al costumista del film (un tale Moss Mabry famoso oltretutto per aver disegnato la giacca di James Dean in Gioventù bruciata) di vestire Grace Kelly con abiti dai colori diversi, iniziando con colori chiari per finire con colori scuri e smorti. Infatti Margot Wendice indossa nel film cinque abiti: il primo è di un bianco panna, il secondo è rosso acceso e molto elegante e provocante per l’epoca, il terzo è un completo rosso scuro, il quarto è un altro completo color grigio fumo di Londra e il quinto è un soprabito grosso e sfatto di un color marrone scuro che non sottolinea affatto le sue forme, ma anzi la avvicina più a una rifugiata che a una bella donna borghese inglese.

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Alcune inquadrature sono davvero memorabili come quella che riprende frontalmente il viso di Margot, da una parte, e dall’altra il primo piano di Tony e dell’ispettore. Dopo la domanda dell’ispettore:” signora Wendice, perché non ha chiamato la polizia dopo il fatto?”, Tony si sposta dietro l’ispettore passando dalla sua destra alla sua sinistra. È un modo sottile di condizionare la moglie. Una moglie che quando viene interrogata appare come un mostro agli occhi dello spettatore, grazie a un sapiente gioco di luci, colori ed espressioni di una Grace Kelly, qui alla sua prima collaborazione con Hitchcock. L’attore che interpreta Swann-Lesgate, Anthony Dawson, ha un viso che ricorda fortemente il cinema noir. Si può dire che il suo volto sia lo stereotipo del “cattivo brutale”, contrariamente a quello di Ray Milland che invece rappresenta, con i suoi connotati che ricordano un animale da preda, il “cattivo che agisce a livello psicologico”. In contrasto con questi due attori si pone Mark Halliday (interpretato dall’attore Robert Cummings): anche se in realtà è l’amante di una donna sposata, lo spettatore identifica in lui il “principe azzurro” che dovrà salvare la sua bella da un’accusa falsa e tendenziosa. Gli occhi dell’attore giocano un ruolo fondamentale nel definirlo un “buono”: grandi, tondi e profondi, in contrapposizione a quelli di Tony e di Swann-Lesgate.

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Di questo film Hitchcock ha detto: “Ho fatto il mio lavoro, il meglio possibile. Mi sono servito dei mezzi cinematografici per raccontare questa storia tratta da un lavoro teatrale. Tutta l’azione di Delitto Perfetto si svolge in un soggiorno, ma questo non ha alcuna importanza. Girerei altrettanto volentieri un intero film in una cabina telefonica. Immaginiamo una coppia di innamorati in una cabina. Le loro mani si toccano, le bocche si uniscono e accidentalmente la pressione dei corpi fa in modo che il ricevitore si sollevi da solo e apra la linea. Ora, all’insaputa della coppia, la centralinista può seguire la loro conversazione intima. Il dramma ha fatto un passo avanti. Per il pubblico che guarda queste immagini, è come se ascoltasse una commedia. Quindi, una scena dentro una cabina telefonica lascia a noi registi la stessa libertà che la pagina bianca allo scrittore di romanzi”.

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Estrosa, lunatica, cinefila, curiosa, comunicatrice, gentile, estroversa, meticolosa, metodica, gelosa.
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