Recensione/review “Red dragon” | LUNA PIENA, PERCEZIONI E IMMAGINAZIONE

Salve a tutti!

Mi scuso per essere mancata la scorsa settimana ma sto combattendo con una sinusite che non mi lascia scampo e stare davanti al pc per me è diventata un’impresa. Ad ogni modo questa settimana ce l’ho fatta e ho recensito uno dei miei film preferiti, Red Dragon di Brett Ratner: ho visto questo film almeno una decina di volte e non mi annoia mai.

Eccovi quindi la mia recensione (non a punti ma come discorso continuo). Spero vi piaccia. A breve anche il link della video-recensione! Ciao!


RECENSIONE DI RED DRAGON

Red Dragon è un film del 2002 diretto da Brett Ratner. Il film è il prequel dell’acclamatissimo Il silenzio degli innocenti di Jonathan Demme (1991). È un remake di Manhunter- frammenti di un omicidio del 1986 per la regia di Michael Mann e tratto dal libro di Thomas Harris “Il delitto della terza luna”.

Gli avvenimenti narrati si svolgono molti anni prima dell’arrivo di Clarice Starling, quando Hannibal era ancora uno psichiatra e in libertà.

È particolare il modo che il geniale dottore ha di mimetizzarsi alla perfezione tra gli individui comuni pur rimanendone sempre una spanna sopra: vuoi per acume, vuoi per pacatezza, vuoi per la ricercatezza dei dettagli. E lo studio del dottore è pieno di dettagli: dalla statuetta giapponese (Lady Murasaki?), ai lepidotteri incorniciati, allo squisito gusto generale nell’arredamento dell’interno. In un tale contesto, una scena di aggressione come quella tra Will Graham e il dottor Lecter assume dei tratti diversi dal solito, quasi poetici.

Ma sono il cambiamento e l’evoluzione a rimanere sempre i leitmotiv dell’intero film, come già avvenuto con la pellicola di Demme. Hannibal stesso nomina l’evoluzione a proposito del “lupo mannaro” e lo stesso Dolarhyde (un serial killer perfettamente interpretato da Ralph Fiennes) dice in una lettera indirizzata al cannibale: “quel che conta è ciò che sto diventando”.

Jame Gumb (il serial killer de Il silenzio degli innocenti) e Dolarhyde si differenziano per alcuni aspetti: Gumb stava “diventando sempre più bravo nel suo lavoro, per questo non si sarebbe mai fermato”; Dolarhyde invece grazie (o a causa di ) Reba arriva addirittura a mangiare la stampa che raffigura l’entità alla quale egli sacrifica le sue vittime: il drago rosso. Entrambi vogliono trasfigurare le proprie vittime in modo da ottenere un tornaconto basato sull’evoluzione: Gumb cuciva la pelle delle giovani donne per “trasfigurarsi” e vestire letteralmente i panni di una donna; il signor D. vuole essere ammirato dalle sue vittime con gli occhi “resi vivi” dai frammenti di vetro all’interno. Si crea il suo pubblico dinanzi al quale può mostrare la sua potenza da drago rosso.

In confronto a personaggi di un calibro così potente, sembra quasi che l’agente dell’FBI Will Graham (protagonista solo nominale della pellicola) se ne stia in disparte: possiamo affermare che egli opera in un contesto già di per sé ottimamente definito, abitato da menti perverse, dove anche le sue percezioni “da killer” e la sua affinità naturale con gli assassini sono posti in secondo piano. Senza poi menzionare un Jack Crawford (Harvey Keitel sprecato per questo ruolo) che sembra essere un poliziotto “esecutore” e costantemente alle dipendenze delle intuizioni di Will.

Ho notato con piacere che l’album dei ricordi (o se vogliamo il diario) di Dolarhyde è un elemento che viene ripreso molte volte nel film: nei titoli di testa e come elemento con una funzione ben precisa: mostrare (addirittura prima di aver mostrato il viso del serial killer) le intenzioni, i successi e l’ammirazione che il signor D. prova nei confronti di Lecter. Il paragone con Misery non deve morire è stato sin troppo diretto: tenere pezzi di giornale come trofei delle proprie azioni è un rito che accomuna molti killer seriali cinematografici e non. Lecter non aveva tempo per questo: era troppo impegnato a mangiare le sue vittime per poter tenere qualcosa che gli ricordasse quegli atti di epurazione dei maleducati dal mondo.

È proprio questa la particolarità del dottore: azioni bestiali che si celano dietro un uomo calmo, assolutamente elegante, ricco di stile e di savoir-faire. Ma soprattutto calmo. È ciò che nei film (anche nel sequel Hannibal di Ridley Scott) destabilizza maggiormente lo spettatore. Non me ne vogliano gli appassionati del genere e dei film sopracitati, ma quando entra in scena Hopkins il resto si eclissa. Non importa più la fotografia che privilegia i toni freddi e le luci dure, il montaggio efficace o le dissolvenze incrociate. Arriverò a dire che non importa nemmeno più l’interlocutore di Hannibal nella scena perché ciò che ci si aspetta è solo la sua battuta, solo capire dove il dottore voglia andare a parare e in che modo voglia farlo e si continua a seguire la pellicola con un solo pensiero: quando tornerà in scena Hopkins? Tornerà, non vi preoccupate. Se non altro, almeno per chiedere il nome di una giovane recluta dell’FBI venuta a fargli qualche domanda.

Siete d’accordo con me? Vi destabilizza anche a voi lo psichiatra più famoso della storia del cinema? Fatemi sapere con un commento qui sotto!

A presto!

Irene

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Estrosa, lunatica, cinefila, curiosa, comunicatrice, gentile, estroversa, meticolosa, metodica, gelosa.
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Una risposta a Recensione/review “Red dragon” | LUNA PIENA, PERCEZIONI E IMMAGINAZIONE

  1. ramongion ha detto:

    Sfortunatamente mi ricordo ben poco del film, segno che personalmente non mi colpi molto., ma forse era una reazione esagerata nel vedere Norton senza baffetti eheh

    Mi piace

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